Il paradigma di Darwin
Paolo Vidali (*)
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Se si domanda ad una persona qualunque che cosa
qualifichi il modo di procedere della scienza, nella maggior parte dei
casi la sua risposta sarà "il metodo sperimentale". Circola
infatti l'idea che la scienza parta dai fatti, riesca a spiegarli e, in
presenza di dispute o divergenze, ricorra ad un esperimento per risolvere
la contesa. E' un'idea diffusa e tragica, che mostra non solo
quello che la scienza non è, ma nemmeno può e vuole essere. Popper, una volta, propose ad alcuni studenti un
esperimento: dovevano osservare quello che li circondava e annotarlo.
Facile, ovvio, molto scientifico e pedagogico. A un certo punto uno degli
studenti chiese: "Che cosa vuole che osservi?". Ecco, disse
Popper, l'esperimento è riuscito. Infatti in una sala di conferenze
vi sono persone, atomi, relazioni sociali, onde elettromagnetiche
Non si può descrivere ciò che si osserva senza un progetto
di osservazione, senza un problema. "Per osservare dobbiamo avere
in mente una questione ben definita, che possiamo essere in grado di decidere
mediante l'osservazione" (Popper, Scienza e filosofia, p. 141). Anche
chi popperiano non è riconosce che non esiste osservazione senza
un quadro teorico che seleziona l'inquieta esuberanza del reale. La teoria
scientifica non nasce da fatti, ma da problemi che possono trovare una
soluzione empiricamente controllabile. In questo Darwin è stato uno scienziato
di assoluta grandezza. La sua teoria della selezione naturale non è
un sistema per ingabbiare arbitrariamente dei dati osservativi entro una
teoria, ma piuttosto una teoria che riesce a unificare una vastissima
serie di osservazioni prima incongrue, non collegate e, per molti aspetti,
nemmeno cercate. Per fare quelle e altre scoperte osservative, occorreva
una teoria che dicesse cosa e dove cercare. E' questa una delle più
significative lezioni che Darwin ci ha lasciato. Certo, l'osservazione resta un requisito fondamentale
della ricerca scientifica. Ma non dobbiamo dimenticare, però, che
le teorie più confermate dai fatti sono proprio quelle non scientifiche:
pensiamo agli oroscopi, alle ideologie, alla stessa filosofia. Ogni teoria
sulla realtà può trovare qualche conferma, ma non per questo
siamo di fronte ad una teoria scientifica. Ma allora in che cosa differiscono
scienza e non scienza? Risponderei, ovviamente in modo parziale, dicendo
che ciò che rende scientifica una teoria è proprio la disputa
al suo interno. Ma questo non è un limite? Con un sistema di ricerca
così ben sperimentato dovrebbe essere sempre possibile risolvere
una controversia in ambito scientifico. Proprio questa, in ultima analisi,
è una delle debolezze che si imputano alla teoria dell'evoluzione:
quella di mostrare, tra i suoi sostenitori, alcune forti divergenze. Una
di queste dispute è ben raccontata da Kim Sterelny in un libro
recentemente tradotto, La sopravvivenza del più adatto. Dawkins
contro Gould, Raffaello Cortina editore. Ebbene, pensa qualcuno, se permangono
delle forti divergenze tra gli evoluzionisti, come appare in questo testo,
allora ciò significa che la scienza è degenerata in scientismo,
in filosofia, in ideologia. Credo invece, in buonissima compagnia, che la controversia
non sia affatto un segno di debolezza quando si ha a che fare con una
teoria scientifica. Che le teorie evolutive siano oggi diverse non è
affatto un segno della loro incertezza: la scienza naturale è strutturalmente
incerta. E' semmai un segno di vitalità. Denota l'esistenza di
problemi che debbono ancora trovare una soluzione soddisfacente per i
ricercatori. La divergenza teorica (tra neo, post, ultra-darwinisti
)
implica, infatti, che si condivida un problema, un linguaggio, una strategia
di controllo... La differenza si trova nella valutazione dei fatti, nel
peso che assumono, nella parzialità dei dati disponibili e nel
bisogno di integrarli teoricamente. Se si discute, ciò vuol dire
che vi è un quadro teorico condiviso, un paradigma comune. Per questo l'evoluzione è ben più di una teoria scientifica. E' un quadro paradigmatico che spiega il vivente entro un processo di modificazione generato e selezionato da fattori interni ed esterni al vivente stesso. L'idea di selezione naturale impostata da Darwin investe oggi la genetica, la paleontologia, l'embriologia, l'anatomia, la biochimica, la biologia cellulare, la biologia molecolare, l'antropologia, l'etologia. Essa coinvolge ben più delle sole scienze biologiche, perché costituisce un modo di pensare scientifico. Entro questo quadro le teorie evoluzioniste possono essere diverse. Ma proprio perché esse si stagliano su un paradigma comune che Darwin ha per primo declinato.
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| (*) Il prof. Paolo Vidali è docente di Storia e Filosofia nella scuola superiore. |