« Biodiversitą e didattica »
ANISN - Scuola estiva di Scienze naturali 2006 - Bassano del Grappa - 17-22 luglio 2006
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Dr. Cesare
Lasen « Problematiche
della biodiversità su scala regionale »
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1. Buon pomeriggio a tutti. La giornata richiederebbe di essere ancora fuori all'aperto, più che qui in aula. Però cercheremo di sfruttare al meglio il poco tempo che abbiamo a disposizione. L'amico Busnardo, col quale ci conosciamo da decenni, col quale abbiamo collaborato a diverse iniziative, mi ha sommariamente illustrato la finalità di questi incontri e i contributi precedenti, in particolare quello di ieri sera del prof. Minelli. Darei quindi per scontato il concetto di biodiversità, perché ieri - e da che pulpito, sapiente e molto autorevole -sicuramente avete avuto modo di farvi un'idea. Quello che io tenterò oggi di fare, in due tappe, è questo: richiamare alcuni elementi di carattere amministrativo che in questi ultimi anni stanno interessando sempre maggiormente le amministrazioni, non solo la pubblica amministrazione, perché ha ricadute sui privati, sull'industria, sull'urbanistica, sugli interventi e sono le direttive europee, in particolare quella Habitat, e il grande progetto degli anni '90 che è stato chiamato Rete Natura 2000. So che oggi siete stati in un Sito di Interesse Comunitario, e anche questo sapete di cosa si tratta. Ovviamente su questo, volendo, si può approfondire fino a nuovo ordine, non c'è che l'imbarazzo della scelta. La mia esperienza di collaborazione diretta, ma anche di ex-insegnante e di ricercatore, credo che dovrebbe consentirci un dialogo in modo da rispondere poi puntualmente a certe vostre domande, a certe vostre esigenze. Allora, cosa c'è di nuovo sostanzialmente a livello amministrativo, a livello politico di indirizzo generale sulla conservazione della Natura? Dico subito una mia idea: molto è stato fatto, molta normativa si è aggiunta rispetto a quella esistente, i principi fondamentali in generale sono buoni e condivisibili, però rimangono due ordini di problemi. Un primo ordine di problemi è dato dalle lacune di tipo tecnico, per cui quando i vari esperti dei diversi paesi si incontrano stilano degli elenchi che poi diventano normative. Questi elenchi a volte sono lacunosi, l'Italia in particolare - non vi stupisca - è mancata in alcuni momenti topici delle decisioni ufficiali, per cui ci troviamo con una serie di problemi che chi si trova a dover applicare in natura o nel territorio queste normative, a volte è costretto ad arrampicarsi sugli specchi per salvare il salvabile. Il secondo ordine di problemi è di natura essenzialmente politica e - lo conosciamo un po' tutti - pone in evidenza la distanza che si va sempre più creando e dilatando tra quello che si dovrebbe fare, che si scrive si dovrebbe, e quello che invece poi viene fatto realmente, in particolare le risorse che vengono messe a disposizione. Per cui, da un lato una serie di principi che tutto sommato non è difficile riuscire a sottoscrivere, e infatti i diversi rappresentanti dei Paesi, i ministri, i funzionari, i direttori generali dei vari ministeri lo hanno approvato senza grande dibattito, senza grande discussione. Quando però ci troviamo a doverla applicare, e si scoprono alcuni potenziali vincoli - e non solo le opportunità - allora qualcuno si straccia le vesti, " non è stata data informazione ", " ma come mai ", etc E questo è che un problema pratico sul quale io non ho che migliaia di esempi da potervi portare. Sta di fatto che la questione centrale ed essenziale è che, finalmente, da un concetto di tutela e di conservazione passive - fondate essenzialmente sulla specie più o meno rara da conservare (che è una cosa ancora buona, ancora valida, tanto è vero che quel volume sulla lista rossa ha anche questo scopo a livello provinciale) - si è passati ad un concetto più ampio, integrato, di tutela di habitat. Una visione dinamica che dovrebbe consentirci (e chi ama la natura, l'ambiente e conosce il territorio lo può verificare ogni giorno, ogni anno) di cogliere l'evoluzione del paesaggio, il cambiamento delle condizioni, dei fattori ambientali (non solo legati al Global Change e ad altri fenomeni di portata planetaria), ma anche spontanei, naturali, che richiedono una adeguata flessibilità. Forse, parlo anche come ex-insegnante, nella nostra mentalità ci ha sempre fatto comodo avere dei punti ri riferimento chiari e precisi. "E' così", " lo ha detto anche il libro di testo", " lo ha detto la televisione", " c'è scritto sul giornale", e quindi è verità! Cercare di trasferire in qualche modo stimolare i ragazzi ad una mentalità più flessibile, che comporta anche alimentare il dubbio, non è semplice, non è facile. E' molto comodo per tutti, per chi insegna e anche per chi impara Non vi dico poi come la pensano molti dei nostri funzionari, che senza preparazione di carattere naturalistico a volte si trovano a dover applicare normative abbastanza complesse. Io vorrei semplicemente trarre spunto da un incontro che ho tenuto qui abbastanza vicino, a Castelfranco Veneto nel marzo di quest'anno, non tanto per ripetere le cose (passeremo via velocemente), ma per avere un supporto di immagini che - a parte le condizioni di luminosità che non lo rendono perfettamente adatto - dovrebbero consentirci di richiamare alcuni elementi essenziali per poi dare la parola a voi. [fa riferimento alla presentazione ppt, ndr]. Che cosa sia Natura
2000 dovrebbe essere abbastanza chiaro. Sorvolo sulle premesse
storiche, l'obiettivo fondamentale è di creare una rete. Non solo
singole aree protette ognuna per conto proprio, ma un tessuto di aree
di eccellenza, di nodi, nei quali la biodiversità complessiva -
per specie e per habitat - è elevata.
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2. Sicuramente il Prof. Minelli vi avrà detto che la biodiversità può essere interpretata a diversi livelli: livello-base che è quello di specie, livello organizzativo superiore che è quello delle comunità, sia vegetali sia animali, si dice livello biocenotico, per usare un termine tecnico, e un livello inferiore sul quale si è sicuramente soffermato che è quello della variabilità infraspecifica, cioè genetica, che pure è un filone importantissimo per la ricerca nel mondo se solo pensate agli OGM e a tutte le problematiche collegate, alle clonazioni e a quant'altro Capite come si tratti di un elemento veramente strategico, non da appassionato naturalista che va in giro a cercare il fiorellino, a proteggere quell'animaletto o quella pianta, sui quali nessuno in generale ha molto da obiettare o da discutere Ma si va direttamente su problemi nodali per il nostro futuro, per la nostra civiltà. Ho già accennato prima ai limiti di alcuni allegati: diversi habitat non sono rappresentati. Non perché non siano importanti, ma per una serie di elementi che io conosco parzialmente anche parlando col Prof. Pignatti, per cui alla fine diciamo l'elenco che è passato è un elenco in qualche modo incompleto. Infine, il concetto principale, che dovrebbe essere seguito non solo dagli amministratori locali ma da tutti noi, è quello che la tutela, la conservazione della natura, non dovrebbe essere vista come un vincolo, una serie di "no", una serie di divieti di quello che non si può fare, ma come un elemento di opportunità, che costringe, in qualche modo incanala a camminare in una certa direzione, per assumere decisioni più responsabili. Natura 2000 in Italia è costituita da oltre duemilaquattrocento Siti di Interesse Comunitario (SIC) e da oltre un migliaio di Zone di Protezione Speciale. E a breve, nei prossimi anni, tutte queste aree - una volta confermate - dovrebbero confluire (fondersi) in aree un po' più vaste e diventare Zone di Speciale Conservazione. Questo è il progetto di Rete Natura 2000, in ritardo rispetto all'inizio, ma abbastanza efficace perché gli strumenti che sono stati attivati non sono pochi e non sono insignificanti, tra tutti un programma europeo concluso quest'anno che è il LIFE Natura. Questo Life Natura ha consentito a molti gestori e a molte amministrazioni di intervenire con programmi di riqualificazione e potenziamento della natura nei territori protetti, per ricreare delle condizioni migliori. Sulla situazione nel Veneto ci sarebbe molto da dire, però dato il tempo a disposizione eventualmente potrò rispondere dopo, quello di cui mi sono direttamente occupato da molti anni - a vari livelli - è stata l'interpretazione, la conoscenza, degli habitat. Busnardo ha parlato soprattutto della mia esperienza e delle mie ricerche floristiche, che rappresentano la base. Prima bisogna conoscere i singoli elementi. Però io non mi sono mai accontentato di questo primo livello, e ho trovato più congeniale per le mie caratteristiche utilizzare queste informazioni per interpretare il secondo livello, che è quello del riconoscimento delle comunità vegetali, legate quindi agli habitat, ai tipi di ambiente nei quali queste specie vivono ed evolvono. Quindi un occhio anche sempre di tipo dinamico. Questa importantissima direttiva europea chiamata Habitat è del 1992, però da pochi anni comincia ad essere applicata (per esempio in Italia è stata recepita da una legge nel '97, poi ci sono stati dei cambiamenti), pur essendo nota e conosciuta - e molte Regioni si sono date da fare - è ancora applicata in modo molto parziale.
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3. Questa prima classificazione rende conto di uno schema comunque valido in tutti i settori (è un'esigenza primaria cercare di dare ordine), ecco allora che con la prima cifra di un codice a quattro cifre si denotano le categorie. Categoria 1: habitat costieri, alofitici, quelli salati, ad esempio presso la laguna veneta. Categoria 2: tutti i codici che cominciano con "2" sono legati alle zone costiere, però non salate e non acquatiche. Categoria 3: tutti i codici che cominciano col "3" individuano acque, allora cambierà la seconda cifra a seconda che esse siano ferme o correnti (e le cifre successive a seconda delle ulteriori specificità, notate lo schema logico con il quale è stato costruito).
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Categoria 4: il numero
"4" individua tutti i consorzi di tipo arbustivo, legnoso,
da quelli di alta quota - le lande ad Ericacee - a quelli alti anche quattro
o cinque metri delle zone mediterranee temperate, diciamo anche la macchia
mediterranea.
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Categoria 5: il numero
"5" è "arbusteti di sclerofille"; notate
che "temperati" rientra nella Categoria 4, fino al Centro-Europa
e regione alpina escluse le zone più calde; invece quelle francamente
mediterranee dove ci sono piante sempreverdi - con foglie coriacee e dure
- cominciano col codice "5" (anche le formazioni a Ginepro o
a Bosso).
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Categoria 6: col
codice "6" si indicano tutte le formazioni di prati,
siano essi di bassa quota o di alta quota, siano falciati o pascolati.
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Categoria 7: col
codice "7" si indicano tutte le zone di torbiera, e questo
è molto importante perché alle torbiere è stato riconosciuto
un ruolo particolare (invece in molte altre classificazioni venivano associate
alle aree umide).
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Categoria 8: col
codice "8" si denotano gli habitat delle pareti rocciose,
dei ghiaioni, comprese le grotte, ed anche i ghiacciai.
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Categoria 9: col
codice "9" si indica tutto quello che resta, un unico grande
habitat che comprende tutte le foreste.
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4. Questo è un primo esempio che illustra come funziona questo tipo di classificazione. Ora, vedete la seconda cifra, sono solo degli esempi: le acque stagnanti cominciano con "31". I riferimenti sono puntuali, sono legati alle condizioni ambientali: maggiore o minore quantità di azoto, comunità eutrofiche piuttosto che comunità mesotrofiche, oligotrofiche o distrofiche (cioè molto acide). Qui vediamo degli esempi, sui quali sicuramente non avremo tempo di soffermarci, ma che sono ripresi essenzialmente dal nostro territorio. Io ho cercato di riprendere e mettere insieme questo proprio con lo scopo di far conoscere gli habitat fondamentali. [da qui in avanti fa riferimento alle foto della presentazione ppt, solo una parte delle quali sono qui linkate] Come è costruita la direttiva? Cercando di valorizzare anche degli aspetti che generalmente vengono trascurati. Per esempio queste sono piante carnivore (Utricularia minor), molto rare, sempre più minacciate Vedete, gli habitat di acqua dolce cominciano con il codice "32". Qui abbiamo la vegetazione dei greti torrentizi, anche oggi ne avrete avuto modo di verificare Gli arbusteti con i salici piuttosto che alcuni canali laterali con vegetazione acquatica. Ecco qui un greto di un torrente Naturalmente questo rappresenta la base di partenza, non esaurisce la problematica, però mi sembra importante far capire come nasce il problema e come poi viene tradotto in termini applicativi. Di persone che seguono questi aspetti devo dire che non sono molto numerose, e purtroppo la mia esperienza anche recente di questi giorni è che chi si trova a dover applicare questa normativa è molto più preoccupato degli aspetti di carattere formale che non degli aspetti di carattere sostanziale. Voi mi direte: che novita! Come se nella scuola le cose fossero molto diverse Immagino che - vivendo in Italia - da una regione all'altra vi sono alcune specificità, alcune differenze, ma da quello che è la mia esperienza, mutatis mutandi, le problematiche alla fine rimangono quelle Questo, per esempio, è un ambiente da noi particolarmente raro, che meriterebbe di essere considerato prioritario. Non lo è a livello europeo perché ci sono - probabilmente - fiumi in migliori condizioni. Con la Myricaria è stato selezionato, e m'è parso strano che una questione così particolare, così peculiare, meritasse addirittura un codice a se stante. In altri casi, invece, anche ambienti molto vasti - tutte le praterie alpine su calcare, come vedremo - appartengono ad un unico codice. Quindi queste sono ovviamente scelte che non ci esimono da valutare la biodiversità a questi diversi livelli. Qui sono situazioni riprese lungo il Piave, per chi abita nel Veneto il fiume caratteristico, centrale, che attraversa tutto il suo asse da Nord a Sud. L'asterisco (*) che vedete denotare alcuni habitat indica appunto un ambiente prioritario. Potrà apparire strano per chi conosce le Dolomiti e le Alpi Orientali vedere che il Pino mugo, assieme al Rododendro irsuto, sono considerati nella loro formazione un habitat prioritario, essendo da noi molto diffusi. Però, immaginate in una prospettiva europea è stato colto questo aspetto come simbolo dell'area dolomitica ed è stato in qualche maniera deciso che viene considerato prioritario. Cosa vuol dire? Che in quel caso non è possibile fare interventi che mettano in pericolo la sopravvivenza di questo habitat. Infatti ogni intervento dovrebbe essere soggetto ad una valutazione di incidenza. Vediamo molti altri aspetti che conosciamo della zona alpina, di alta quota, i Rodoreti, le formazioni a Mirtilli, ad Azalea nana, ad Empetro, di zone boreali di alta quota ecco qui l'Azalea nana sulle creste ventose E queste sono le formazioni a Pino mugo, particolarmente diffuse (diciamo che già in tutto il Veneto possono rappresentare, sul totale della superficie complessivamente boscata, quindi non erbacea, anche più del 20% di tutto il territorio, e quindi sono numeri sicuramente importanti). Anche i Saliceti, che sono formazioni giovanili, di solito si sviluppano dove c'è abbastanza acqua, ma non necessariamente Vari aspetti che sono stati colti A proposito di biodiversità, non so se il prof. Minelli vi abbia accennato, nelle relazioni tra piante e animali, i salici alpini sono almeno una trentina di specie diverse, e qui sono tutti d'accordo, non c'è l'ipotesi che uno consideri il genere in modo restrittivo ed un altro lo consideri in modo allargato, le differenze sono minime Ebbene, spesso alcuni particolari animali sono in qualche modo parassiti, si nutrono delle foglie di un salice, di una sola specie di salice E quindi esistono dei parallelismi tra piante e animali particolarmente sottili, molto specifici, molto settoriali. E questo è un elemento importante per la biodiversità. Come vedete, trascuro i nomi, non perché siano piante che io non conosca, o che non ami, ma proprio perché non intendo riempirvi la testa di nomi, le pubblicazioni che vi ho lasciato da questo punto di vista potranno anche esservi utili. Accennavo prima alle formazioni arbustive naturali. Nel Veneto quelle mediterranee sono molto scarsamente rappresentate, qualcosa sul lago di Garda (la lecceta), qualcosa sui colli Euganei (la pseudomacchia dove c'è abbastanza Erica arborea, Corbezzolo) Diciamo che sono proprio piccoli frammenti, non complessivamente molto significative. Queste sono le praterie silicee di alta quota, in particolare - a destra - la formazione a Carex curvula che mi ha particolarmente colpito perché in tutti i libri che ho trovato, il Curvuleto (che è la formazione della prateria primaria sopra il limite del bosco, e anche senza arbusti, stupenda quando è all'inizio dell'estate fiorita di Primule e di altre specie di bassa statura) viene descritto come situazione esclusiva delle rocce silicee. Quando io l'ho trovato invece su dolomia e su rocce carbonatiche ho cominciato a pensare " sono io che sono fuori? o comunque c'è qualcosa che non è ancora conosciuto? Vuoi vedere che è una sottospecie? O che mi sono sbagliato? ". Invece succede che nelle situazioni più naturali anche su roccia carbonatica, dolomitica, il suolo a quelle quote viene dilavato, viene decalcificato, decarbonatato, si forma superiormente un humus di tipo acido e arriviamo alla stessa formazione di tipo climatogeno (quindi terminale, finale) che troviamo nelle praterie su substrato di natura silicea. Io per esempio, nei tanti libri che a suo tempo ho consultato questo processo non l'ho mai trovato, ed è quindi un'osservazione derivante direttamente dall'esperienza di oltre trent'anni ormai sul terreno. Perché poi le cose è sempre importante andarsele a vedere. Tradotto in termini didattici, vuol dire, nei limiti del possibile (e sappiamo che oggi è sempre più difficile per tanti motivi che voi conoscete ancora meglio di me), riuscire a portarli il più possibile fuori, a fargli fare esperienza diretta. Laddove è possibile, questo vale molto di più di qualunque altro testo e di qualunque altra lezione. Io ne ho portato una serie di esempi, al variare delle condizioni ecologiche, aspetti soleggiati, più o meno xerici, aridi, oppure ambienti freschi, lungamente innevati C'è solo l'imbarazzo della scelta Ricordo che solo a livello di comunità vegetali, per darvi un'ordine di grandezza qui nel Veneto si possono stimare almeno duecento distinte comunità vegetali. Probabilmente sono duecentocinquanta comprese quelle della laguna. Per chi conosce le Dolomiti paesaggi come questi sono sicuramente dei paesaggi familiari Ecco ad esempio un'orchidea difficilmente vegetano alle quote più elevate, questa è un'eccezione, la Chamorchis alpina che troviamo appunto in questa prateria discontinua a zolle chiamata Firmeto, dal nome della Carice Carex firma che la caratterizza, e quindi è un elemento che consente di riconoscere tutte queste situazioni. Così l'Elineto delle creste ventose, le vallette nivali con i Salici nani, che rientrano anch'esse nello stesso tipo di prateria, quindi vallette nivali e praterie alpine rientrano nello stesso tipo di codice. Ce ne sono ovviamente diversi esempi, qui non sono neppure tutti, molto importanti sono le praterie che un tempo erano sfalciate. Quello che stiamo notando dappertutto come emergenza è che queste praterie sono sempre più abbandonate. O meglio: o vengono coltivate intensivamente aumentando la quantità di concime (spesso liquame), e quindi si ha una riduzione importante della biodiversità (grande produzione di foraggio, lavorazione ovviamente meccanica perché altrimenti i costi non sono sostenibili, e quindi si ha una grande produzione con impoverimento floristico molto forte), oppure si ha l'abbandono. Con l'abbandono, voi mi direte " ma è un processo naturale, prima gli arbusti e poi i boschi riprenderanno il loro ruolo ". Ma voi provate solo a pensare nell'immaginario cosa sarebbero le Dolomiti o anche le montagne appenniniche se non ci fossero le praterie fiorite, se fosse tutto bosco Certamente non avrebbe lo stesso significato, anche se è un processo naturale. Ecco, i prati ricchi di orchidee sono considerati un altro degli habitat prioritari, cosa che ci ha stupito abbastanza sono i Nardeti, che da noi erano considerati anche degli ambienti in qualche modo legati al pascolo, non di molto pregio, nell'Europa Centrale sono considerati delle praterie particolarmente pregiate. E infatti in alcuni casi hanno delle fioriture stupende, questo è nel Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, in Busa delle Vette, la fioritura del Leontodon all'inizio di luglio, sono solo alcuni esempi, alcune immagini. Le praterie umide. Inutile dire che sono sempre più in difficoltà, perché di solito le zone umide sono poco produttive e sono state utilizzate per fare discarica o sono state bonificate, drenate. Di conseguenza i Molinieti sono quasi completamente scomparsi, e là dove ci sono a volte sono pascolati in maniera superficiale o sono degradati. Questi consorzi ad alte erbe, a Megaforbie, sono molto diffusi anche in tutta l'area alpina, ma anche sui bordi dei fiumi a quote più basse, ed infine anche i prati normalmente sfalciati, gli Arrenatereti come questi, oppure i Triseteti di alta quota (questa è un'immagine del Grappa col Polygonum bistorta), le praterie montane da fieno che sono sempre più difficili anch'esse da osservare. Non c'è ovviamente tempo per parlare a lungo delle Torbiere, richiederebbero a sé quanto meno un'unica unità didattica, sono state a lungo utilizzate per la produzione di torba, l'amico Busnardo ricorda bene quell'ambiente perché lo ha studiato, ci ha lavorato, è sua anche una pubblicazione sulle Torbiere di Marcesina. L'importanza di questi nuclei che formano dei cuscinetti, questi cumuli di Sfagni, il terreno è particolarmente acido, in questi casi con pH anche inferiore a 4, è considerato giustamente - vedete l'asterisco nel codice - un habitat prioritario a livello europeo, quelle ancora esistenti sono conosciute, quasi tutte censite, considerate, e quindi in qualche modo inserite nei Siti di Interesse Comunitario, attorno ai laghetti alpini in queste depressioni si formano spesso queste Torbiere di transizione, che bisognerà vedere poi come evolveranno, se in torbiera acida oppure in altri tipi di torbiere, come quelle successive che vedremo, generalmente su pendio, con ruscellamento superficiale, sempre impregnate. Questa è una specie gravemente minacciata a livello nazionale, nella lista rossa al massimo indice, si chiama Rynchospora alba, occupa alcune depressioni all'interno delle torbiere. Le Torbiere su substrato basico. Queste in pianura sono quasi completamente scomparse (Cladium mariscus), poche ormai sono le stazioni rimaste, più diffuse sono certamente non tanto le sorgenti - perché c'è un errore, hanno considerato solo quelle che formano tufo, come se le altre sorgenti non fossero importanti - Ecco queste Torbiere basiche con la fioritura di molte Orchidee, o la Primula farinosa, quindi spesso ospitano comunità e aspetti di grande interesse e valore paesaggistico, gli Ariofori con i caratteristici fiocchetti cotonosi Ce ne sono però di diversi tipi, anche meno appariscenti, come queste nella parte alta della provincia, o come le alluvioni dei torrenti glaciali che ospitano specie particolarmente rare e delicate Qui vediamo la Carice bicolore, che si trova prostrata - il suo fiore - lungo i terrazzi al margine dei torrenti. Habitat rocciosi. Troviamo ghiaioni di vario tipo, quelli silicei e quelli calcarei, le classiche fioriture dei Papaveri alpini, su quelli generalmente calcarei ma si trovano anche su quelli vulcanici. Altri tipi comunità, prima ne abbiamo viste di alta quota, qui ne vediamo di tipo termofilo e su pietrame più grossolano Le rocce, anche in questo caso si distinguono quelle calcaree - vedete due piante simbolo, la Campanula morettiana che è simbolo del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, il Raponzolo di roccia con la specie-guida - e quelle silicee, invece, anch'esse con le loro più tipiche fioriture. Pavimenti calcarei: sono zone un po' particolari, in cui abbiamo delle fessure carsiche, più o meno profonde Le Grotte e i Ghiacciai - che sono considerati in questa categoria - per concludere con le Foreste. La classificazione delle Foreste è abbastanza tradizionale, però qui forse ci sono alcuni dei limiti maggiori tra quelli che ho evidenziato. Vengono distinte prima le Faggete, che abbiamo visto, poi altri tipi di foreste (vedete molte con l'asterisco nel codice, quindi prioritarie. Ricordo i valloni, quindi gli ambienti di forra (con Tigli e Aceri), le torbiere anche all'interno del bosco, gli ambienti riparali (con Ontano nero, Frassini, Ontano bianco, Salici), i Boschi pannonici che sono stati introdotti quando l'Austria è entrata nella Unione Europea (con Rovere e Carpino bianco oppure con Roverella) Qui ne vediamo appunto una serie di immagini che tra l'altro sono abbastanza difficili da essere percepite perché all'interno del bosco le differenze strutturali, fisionomiche, non sono facili da osservare e da mostrare soprattutto attraverso le immagini. Mentre più facile è avere una panoramica generale che consenta poi con qualche specie particolare caratteristica, come in questo caso, a destra, la Lunaria rediviva è una specie caratteristica proprio delle forre con Aceri, anche a quote piuttosto elevate. Rapidamente ci avviamo alla conclusione, perché voglio lasciarvi anche - spero - qualche margine di intervento, ma questa è una chiave di lettura importante che dimostra come la conoscenza complessiva della biodiversità passi attraverso diversi livelli, e come l'abitudine a riconoscere le caratteristiche di un habitat rispetto ad un altro debbano essere considerate in qualche modo prioritarie. Se qualcuno poi ha la fortuna di vivere, di insegnare, di occuparsi comunque di didattica in zone dove almeno qualche relitto di ambiente seminaturale (o prossimo-naturale) è possibile da osservare, avrà sempre grande soddisfazione, perché mai come la visione diretta degli habitat - e quindi l'ingresso in ambiente - riuscirà a darci quelle risposte, e organizzare, diciamo mettere in sintonia, la nostra mente con un insieme di processi dinamici che guardando solo sui libri questo risulterà sempre impossibile come obiettivo da raggiungere. Io spero che non sia stato
inutile, mi rendo conto che i tempi erano veramente sacrificati, ma di
aver lasciato un piccolo messaggio. Quindi auguro a voi buona continuazione,
buona permanenza, e chissà mai
che ci sia ancora l'occasione
di vederci in qualche altra circostanza. Grazie per l'attenzione.
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5. - Domande - discussione Busnardo: la carrellata del Dr. Lasen ha presentato questa enorme catalogazione realizzata con direttive europee, cui corrisponde anche una normativa. La classificazione è legata alla gestione, chi deve applicare la normativa spesso fatica ad individuare gli interventi, perché da un lato la visione europea toglie il dettaglio e spesso manca l'informazione per creare la distinzione di ogni singolo luogo. Quello visto stamattina, le grotte di Oliero, è un luogo definito SIC (Sito di Interesse Comunitario), perché nel vallone e nelle propaggini soprastanti, alcuni di questi habitat sono stati individuati e catalogati, per cui tutta la zona fa parte di questa mappatura. Ed essendo dentro la mappatura, la zona ha una sua normativa. Ad esempio, per la realizzazione della passeggiata sterrata lungo il Brenta che va dal parcheggio delle grotte al paese, essendo una zona SIC il sindaco ha dovuto chiedere ai tecnici una pratica che si chiama Valutazione di Incidenza per vedere se la sistemazione dello sterrato poteva interferire nella conservazione degli habitat di quel luogo individuati come importanti (la grotta, i boschi). E' risultato che l'intervento era periferico, quindi si poteva realizzare. Però essere dentro in una zona SIC, una zona così individuata, comporta (in teoria) che gli interventi dovrebbero essere quanto meno vigilati. Lasen: in Italia
gli habitat con codice sono 128, c'è solo l'imbarazzo della scelta,
la problematica è piuttosto ampia. Aggiungo solo - con soddisfazione
- che alcune Regioni e Province autonome hanno cominciato a porsi il problema
a livello locale. Con Bolzano nel 2004 è stato pubblicato un volume
sugli habitat, però loro hanno richiesto di considerare non quelli
dell'intera provincia, ma solo quelli inseriti nei SIC, per evitare che
la Commissione Europea criticasse o mettesse la Provincia sotto procedura
di infrazione perché alcuni habitat pur presenti, ma esterni ai
SIC, non sono stati considerati, e quindi sarebbe risultato istituito
un numero di Siti di Interesse Comunitario inferiore a quelli effettivi. Petrone: ci sono anche altre Regioni che si sono occupate della materia? Lasen: tutte, è un obbligo. A vari livelli è un obbligo totale, assoluto. Il Ministero (dell'Ambiente, ndr) ha fatto poco, ha delegato in toto alle singole Regioni questa normativa. Ricordo di essere rimasto impressionato dalla Puglia che ha fatto pochi Siti di Interesse Comunitario, ma molto estesi, che hanno dentro anche aree industriali, o qualcosa del genere. Invece la Provincia Autonoma di Trento ha individuato numerosissimi piccoli siti, troppo piccoli, perché ha voluto limitarsi alle piccole torbiere, alle zone di eccellenza. Sono due interpretazioni opposte, comunque arrivate a Bruxelles ed entrambi approvate, sia pure con alcuni distinguo. Secondo me è mancata una visione generale da parte di un Ministero, in questo caso Ambiente e Tutela del Territorio, che forse non aveva il personale, forse non ha avuto gli esperti adeguati, e per risparmiare lavoro ha delegato in toto alle singole amministrazioni regionali la definizione dei SIC. Petrone: c'è la possibilità per il singolo cittadino di informarsi su questi SIC? Lasen: sì, via internet. I siti sono bene organizzati (soprattutto quello del Ministero, ma anche quello della Regione Veneto), contengono banche di dati importanti e significativi, quindi le informazioni sono sicuramente reperibili. Poi singole Regioni hanno già pubblicato dei quaderni, delle collane. Ho citato prima Trento e Bolzano, ho visto quello dell'Emilia-Romagna, della Liguria, qualcosa del Friuli-Venezia Giulia, sicuramente non dubito che anche altre Regioni (non so a che livello e a che stadio) se ne siano occupate, anche perché è un obbligo di legge tassativo. Altrimenti si prende la denuncia, scatta la procedura di infrazione per non aver ottemperato a questa direttiva. Le direttive comunitarie non sono soltanto una serie di intenti, sono direttive cogenti. Che poi vengano sempre rispettate o applicate correttamente è un altro discorso La Corte di Giustizia è già intervenuta più volte con procedure d'infrazione, abbiamo il triste primato di essere in testa come numero di procedure di infrazione. C'era anche la Grecia a tallonarci, ma noi siamo al primo posto Abbiamo anche avuto molta fantasia, nel senso che abbiamo recuperato ritardi enormi, questo è vero, però adesso abbiamo un numero molto elevato di Siti di Interesse Comunitario e Zone di Protezione Speciale (eravamo rimasti in arretrato all'inizio). Ma sul fronte applicativo c'è ancora molta strada da percorrere, molto dipende anche dalla coscienza dei singoli cittadini. Busnardo: ringrazio il caro amico Dr. Lasen. Ha avuto un tempo strettissimo, ma ce l'abbiamo fatta. Abbiamo visto una carrellata della biodiversità nei vari habitat, questa enorme diversità che la natura ci ha regalato, ed il tentativo comunitario di trovare una regola per tutelarla. Questo è forse un discorso meno applicativo sul piano didattico, ma rappresenta la base informativa per essere consapevoli dell'orizzonte culturale e normativo in cui ci collochiamo, nel quale poi singolarmente si può avere a che fare nelle realtà in cui si opera, magari anche riguardo piccoli interventi edilizi a casa nostra Lasen:
in Regione
Veneto, l'Ufficio Natura 2000 (che da poco ha cambiato dirigente)
è rimasto in carico al settore Urbanistica piuttosto che passare
al Dipartimento Foreste. In Piemonte, invece, quasi tutta la problematica
Natura 2000 fa capo al Turismo. Questo implica ovviamente delle
scelte importanti, vuol dire che c'è un'attenzione di un certo
tipo, un'impronta. Anche in questo le singole regioni hanno legiferato
in maniera differenziata. [fine] |
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