« Biodiversitą e didattica »
ANISN - Scuola estiva di Scienze naturali 2006 - Bassano del Grappa - 17-22 luglio 2006
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Prof.
Alessandro Minelli «
il punto sulla biodiversità »
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Introduzione Quando gli amici dell'Anisn Vicenza qualche mese fa mi invitarono alla chiacchierata di stasera dissero " in mezz'oretta ci fai una sintesi sulla biodiversità ". Ma - scusate - primo la biodiversità bisogna andare a vederla in campagna, come spero farete nei prossimi giorni, o almeno fuori nel parco piuttosto che nel chiuso di una villa (fra parentesi, è la prima volta che ho la soddisfazione di parlare in villa, e questo in un pomeriggio estivo è già una bella cosa ). E - secondo - in mezz'ora, comunque, si può al massimo sfogliare qualche pagina del grande libro. Non sono certo il primo a paragonare la Natura ad un grande libro da sfogliare. C'è chi l'ha paragonata ad un libro scritto in linguaggio geometrico (Galileo) e chi - come Linneo - l'ha paragonata ad una galleria di belle immagini di piante e di animali sotto ciascuna delle quali c'è - perché l'ha messo lui - un bel nome, una bella etichetta. Ovviamente il libro scritto in linguaggio geometrico è un po' difficile per un povero naturalista come me, e come forse una parte di voi. Il libro linneiano è un pochino povero, anche se comunque ci fa comodo l'indice dei nomi che lui ci ha insegnato a fare e ad aggiornare. Ma un libretto è sempre una bella cosa . Sapete qual è la differenza tra un libro ed un articolo scientifico? Nell'articolo i ringraziamenti si mettono alla fine, nel libro all'inizio per cui - prima di dimenticarmene - desidero ringraziare l'Anisn che mi ha invitato, grazie a chi è venuto qui, grazie alla simpatica e gentile rappresentante del Comune di Bassano, grazie ai padroni di casa che ci ospitano. E allora mettiamoci a sfogliare qualche pagina, non con un criterio strettamente linneiano, e nemmeno con quello - che forse era nella speranza sua - di poter dire " quanti sono?", " quante specie?", " quanti animali?", " quante piante?" . Ma quello ve lo leggete dappertutto! e soprattutto spero che voi insegnanti non andiate a raccontare queste cose ai vostri ragazzi. Perché riempire una lezione di numeri " quante son le specie di mammiferi, quante stanno in Africa, quante in Asia, quante in Australia, quante son state scoperte l'anno scorso" Beh, questi si stufano, ci vuole qualcosa un pochino più stimolante, un pochino più stavo per dire intelligente. Quelle che vi espongo stasera sono idee che - se mi mettessi al vostro posto con la mia inesperienza di insegnante pre-universitario - io applicherei. Forse mi sbaglio, prendete quel che c'è di buono, per il resto la vostra esperienza colmerà i buchi.
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| Biodiversità
Questa è la copertina del primo libro - uscito ormai una diecina di anni fa - con questo titolo, (diapo BioDiversity - E. O. Wilson, Editor), e se guardiamo quelle cinque righe di informazioni sulla provenienza del libro, vediamo che esso raccoglie articoli che vengono da una discussione sulla Bio Diversity - notate B grande e D grande - settembre 1986, Washington (diapo "Papers from the National Forum on BioDiversity held September 21-25, D.C., under the cosponsorship of the National Academy of Sciences and the Smithsonian Intitution."). Il libro è uscito due o tre anni dopo. Ecco, quella è stata la prima occasione pubblica, ufficiale - questa "convention" tenutasi a Washington nel settembre '86 - in cui questo termine è stato usato. Vi avevo promesso di non darvi numeri, ma qualche data sì, qualche data che ci permetta di legare l'esperienza nostra o la scala dei tempi dei nostri studenti ad eventi - per esempio l'attenzione verso questi problemi - con qualche etichetta. Le etichette non sono tutto, ma ci aiutano a fissare i concetti, ad articolare un discorso, un interesse, un dibattito attorno a dei problemi. Nell'ottantasei, quindi verso la fine degli anni '80 nasce la biodiversità come termine attorno a cui si organizzano tante cose, e si organizzano magari anche conferenze che non interessano soltanto gente come noi, che ci interessiamo alla Natura per studiarla o raccontarla agli altri, ma anche politici di grandi responsabilità. Questi signori che vediamo
qui (diapo
Conferenza di Rio) sono una parte dei rappresentati di quasi
tutti i Paesi del mondo convenuti nella famosa Convenzione di Rio del
1992: la Convezione sulla Biodiversità. E quello riportato sotto
è uno degli articoli del documento derivato da quest'incontro:
articolo secondo che include una definizione, o meglio la definizione
operativa di biodiversità adottata da questi signori e che
- tutto sommato - è abbastanza di buon senso: può essere
un punto di vista non solo per chi amministra la biodiversità,
per chi se ne occupa da un punto di vista sociale, economico, etico, etc.,
ma anche - comunque - per chiunque se ne occupi anche dal punti di vista
della ricerca. Diversità dei viventi dunque, diversità che però ha tante dimensioni, tanti aspetti. Il più ovvio - l'unico di cui continuerò a parlarvi oggi - e forse il principale se non l'unico di cui vi occuperete anche voi nei prossimi giorni, è la diversità di specie. Come dire: c'è il cane, c'è il gatto, c'è l'uomo, ci sono queste specie di farfalle, di muschi, di felci. Poi, però, basta guardarci attorno, siamo un campionario di trenta esemplari della specie Homo sapiens Beh, non siamo mica tutti eguali uno all'altro: c'è la diversità all'interno della specie: la diversità genetica, la diversità storica - questa ovviamente importantissima soprattutto nella nostra specie, importantissima nei nostri animali domestici, importantissima nelle piante coltivate, perché quando vado al mercato voglio una mela "renetta" e non voglio una di quelle orribili mele rosse che per me non hanno gusto, e poi vado dal fioraio e voglio una rosa con quel colore - con o senza spine - e non quell'altra: questa è la diversità dentro la specie. E poi, qui sono in una foresta pluviale, qui in una tundra Ecco un altro aspetto macroscopico di biodiversità, dove il naturalista-botanico, il naturalista-zoologo, e il naturalista-geografo dialogano insieme e diventano la stessa cosa. Noi ci occuperemo dunque essenzialmente di diversità a livello di specie. Dopo quel famoso libro che racconta cosa si son detti a Washington, tanta gente s'è messa a parlare e scrivere di biodiversità. Questo - per es. - è un libro di pochi anni fa (diapo Biodiversity - A Biology of Numbers and Difference - Edited by Kevin J. Gaston): un libro oramai più critico, più problematico, in cui questo signore inglese che si chiama Kevin Gaston si domanda "cos'è". Ah, è una storia di numeri, e di differenze, numeri di specie, numeri di individui, numeri di qualcos'altro Sì - dice Gaston - ma questo è il concetto di biodiversità com'è stato elaborato e continua ad essere ri-elaborato dagli studiosi, è qualcosa che si può misurare: ecco, distruggendo questo pezzo di foresta diminuisce la biodiversità, forse si poteva anche discutere Probabilmente è vero, qualcuno però facendo conti dice anche che non è vero Poi però è anche qualcosa di cui si parla fuori del mondo della scienza, abbiamo visto i politici attorno ad un tavolo, ed è ovviamente qualcosa che ha le sue importanti ricadute. Pensate, per dire una cosina un po' parrocchiale, da naturalista che va a descrivere tre specie, il giorno in cui trovo e studio in qualche museo una bestiolina - che ne so - raccolta in Amazzonia, e scopro che questa non ha ancora un nome e glielo do io, qualcuno se ne accorge e .. "scusate, disgraziati, perché la tieni in Europa, perché la tieni nella tua collezione a Padova, è una specie dell'Amazzonia, gli esemplari su cui tu hai scritto e gli hai dato un nome li vogliamo noi, dacceli per il museo di San Paolo del Brasile", per esempio. Hanno ragione? Si? No? Ecco un problema legato alla gestione della biodiversità e alla conoscenza sulla biodiversità.
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| Cronache
di secoli passati
Cosa c'entra questo signore? (diapo Francesco Petrarca). Tante volte i nostri - i vostri - colleghi di lettere dicono "l'uomo scopre se stesso", come dire il pre-umanesimo lo raccontiamo parlando - per es. - di Francesco Petrarca, poi via via arriviamo ai secoli classici dell'umanesimo, e al primo rinascimento. Ma questo discorso interessa anche a noi naturalisti, perché il nostro Francesco fa una famosa ascensione del Mont Ventoux (che noi conosciamo di solito - come i nostri ragazzi - attraverso le cronache del Tour de France, e alla drammatica arsura delle quote più alte di questo non altissimo monte, dove un paio di corridori han lasciato la pelle), e lui ci sale il 26 aprile 1336, non era ancora caldissimo, e poi racconta ad un suo amico il suo sguardo sul Mondo. E' uno sguardo - se vogliamo
- non dico da alpinista, o da naturalista, ma da uomo che apre i suoi
occhi al mondo naturale, al mondo reale, e vede le cose non attraverso
solo le descrizioni degli antichi, o i sogni delle sue poesie, le sue
fantasticherie, ma attraverso gli occhi di chi cammina per le strade del
Mondo. E si trova circondato non solo da profili di montagne e profondità
di valli, ma anche da piante ed animali. Personaggi anche italiani contribuiscono molto a questo rinnovamento, e Andrea Cesalpino, un emerito botanico fiorentino, contribuisce molto con la sua opera sulle piante - scritta ancora in latino peraltro - a dare un'impostazione di tipo sistematico. Noi adesso quando dobbiamo dare un nome ad una pianta o un animale, adoperiamo molto quelle cose che si chiamano chiavi dicotomiche, cioè dei sistemi che ci dicono "quest'oggetto cos'è? un'erba o un albero?: "un albero"; "perde le foglie o non perde le foglie?": "perde le foglie, d'inverno", e via via Questo è proprio un sistema che abbiamo scopiazzato da Cesalpino. (diapo Andrea Cesalpino) Però la cosa si andava complicando, perché più gente scriveva più confusione nasceva, ognuno seguiva il proprio sistema, o la propria nomenclatura. Ed ecco che allora comincia ad esserci un po' di ordine, nasce la necessità di dare un Index alle specie conosciute, e il primo che lo fa in maniera seria non è stato Linneo, ma 150 anni prima questo Bauhin - svizzero - nel suo "Pinaz" Theatri Botanici che per la parte vegetale mette ordine a tutte le conoscenze del tempo, a tutti i nomi vecchi o nuovi dei diversi paesi, etc. (diapo Bauhin e "Theatri Botanici"). Però tutte queste cose hanno bisogno di luoghi e metodi nuovi, e di persone con la testa nuova. Luoghi, e luoghi importanti: già è stato nominato prima il Museo, che per quanto ci riguarda ha varii aspetti: il Museo degli oggetti morti ed il Museo degli oggetti vivi. E, forse, prima di tutti un giardino botanico. I giardini botanici sono luoghi importanti, non solo perché ci coltivavano le piante medicinali e c'era meno rischio che i farmacisti poi vendessero una cosa per un'altra, perché lì c'era il controllo, la verifica della pianta autentica, ma anche perché poi diventano centri ove si studia la botanica di per sé, cioè la pianta per la pianta, anche al di là degli interessi di carattere pratico. E noi - dico noi italiani, e dell'università di Padova in particolare - abbiamo questa gloria della fondazione del più antico Orto che è ancora nel luogo dov'è stato fondato, dopo più di 450 anni. (diapo schema dell'Orto botanico di Padova) E poi son seguiti, già nell'arco di una cinquantina d'anni o poco più, quelli di altre prestigiose e importanti sedi, che ancor oggi vantano questi antichissimi ed importanti Orti (1545 Padova - 1590 Leida - 1591 Pisa - 1593 Montpellier - 1621 Oxford). Dunque la gente coltiva, guarda, confronta. E poi c'è il Museo, che nasce più o meno negli stessi tempi, ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano, meriterebbe una chiacchierata a sé: il Museo degli oggetti conservati - ovviamente quelli conservabili - quelli duri, sassi, conchiglie, scheletri, corazze di tartarughe, bestie impagliate - ma non durano, ci sono i tarli, altro aspetti della biodiversità, le tarme, etc. - bisogna rinnovarli ogni tanto (diapo collezione di oggetti strani) Poi la gente impara ad essere un pochino più metodica, e via via arricchisce i musei di queste belle collezioni di oggetti duri e anche molli. (diapo collezioni di coleotteri, conchiglie, farfalle) E naturalmente anche le piante hanno il loro riscontro museale, i fogli d'erbario, e proprio questi stessi personaggi come Ulisse Aldovrandi che scrive, quindi realizza e tiene in piedi un Orto botanico, o stimola gli allievi a crearne, mette in piedi un erbario ricchissimo ch'è ancor oggi conservato, e quel che non si conserva bene lo fa disegnare. Quella tavola sinistra è appunto una delle migliaia di disegni fatti fare da Ulisse Aldovrandi a completamento del Museo di esemplari conservati o di appunti su carta. Forse è la cosa più bella che è rimasta della sua opera di insegnante. (diapo erbario figurato 1 - erbario figurato 2) Il mondo con i secoli si allarga - sappiamo tutti le esplorazioni geografiche, le spedizioni militari - la gente un po' alla volta comincia a conoscere il resto di questa che risulta essere finalmente una palla tonda, che si chiama Terra, e porta qui nel vecchio mondo, nelle vecchie città, nelle collezioni dei prìncipi e più tardi nei Musei di Storia Naturale, e nei giardini ovviamente, queste piante e questi animali che vengono da lontano. (diapo G.B. Ramusio "Delle navigationi et viaggi" 1556 e di ananas) Nel frattempo, un altro strumento - che non obbliga a prendere la nave o ad avventurarsi in foreste insidiose - permette altre esplorazioni, a casa, sul proprio tavolino, basta un po' di luce del sole, un paio di lenti giustamente molate e collocate a distanza opportuna, ed ecco i primi microscopi che permettono di esplorare non solo le parti piccole degli oggetti grandi, ma anche di scoprire oggetti, animali, organismi piccoli che prima nemmeno si sospettava esistessero. (diapo microscopio, Stelluti e Redi) Allora, ecco che questa rapida crescita delle conoscenze è quella che necessita - finalmente - di qualcuno che metta ordine, mi riferisco a John Ray (diapo John Ray) e Francesco Redi e soprattutto al buon Linneo - di cui sapete tutto e ovviamente non vi trattengo a sfogliare pagina dopo pagina il pur sempre prestigioso Systema Naturae. Vi ricordo solo una cosa, però, può essere un pretesto scolastico divertente, Linneo è nato nel 1707, l'anno prossimo siamo nel 2007, quindi il terzo centenario della nascita, occasione per ciascuno di noi per far qualcosa, quel che si ritiene opportuno, per Linneo o in nome di Linneo, qualcosa sulla biodiversità. (diapo Linneo e Systema Naturae) I musei, naturalmente, prendono del tempo, altra veste, altro aspetto - qui siamo a Londra, Parigi, o altrove - e diventano grandi depositi, grandi archivi delle conoscenze naturalistiche. (diapo Londra e Parigi) Tutto questo, da Linneo in avanti viene ad essere organizzato in maniera ordinata, metodica, secondo quella che - chiamiamola gerarchia - dal Phylum giù giù fino alla specie, che è qualcosa di speciale, ed è appunto di specie che continueremo ora a parlare, ignorando quella che è pure una dimensione importante, la biodiversità dentro la specie, che - qualche volta - conviene anche riconoscere formalmente e battezzare col nome di sottospecie.
Che cos'è una Specie Ma parliamo di specie. La specie, o le specie? Se uno trova un libro come questo (diapo Species - The units of biodiversity - edited by M.F. Claridge, H.A. Dawah and M.R. Wilson - Chapman & Hall) dice "in inglese Species al singolare o al plurale è la stessa cosa ", ma anche in italiano, la specie / le specie, come in latino. Il sottotitolo è un po' inquietante, "Le unità della biodiversità". Perché noi abbiamo fatto tanto, c'è qualcuno che ha fatto tanto - nel bene o nel male - per unificare un po' di monete in Europa. Una volta per andare all'estero si dovevano cambiare Lire, poi me ne restano, al rientro devo ricambiarle sennò magari ci perdo Ma è scomodo Insomma, adesso abbiamo un'unità di moneta, una La specie l'abbiamo intesa sempre come l'unità che ci permette di fare un po' di conti, di dividere la famosa torta delle specie descritte in settori e spicchi. (diapo torta). Sì, noi possiamo fare una torta a spicchi se è fatta tutta della stessa materia, ah me ne basta una fettina, sono un ghiottone ne voglio una fetta grande Questo discorso presuppone il fatto che la torta sia fatta di materia omogenea. E' un po' come quando facciamo i conti, la somma, vogliamo che gli oggetti che sommiamo siano della stessa natura. Sommare tre pere e quattro ciliegie ci dà sì sette pezzi di frutta, ma non è una cosa molto interessante o molto informativa. Allora, quando disegniamo torte come questa qui (diapo torta), in cui - come sempre - risulta che la parte grande non la fa il Leone, ma la fa l'Insetto (in questa specifica che vedete circa due terzi sono le specie di insetti viventi oggi descritte. Quante sono? Non interessa, non vi voglio dare numeri, tanto li sapete, praticamente due milioni in tutto). Due terzi circa sono Insetti, e poi vi sono le fettine più piccine. Sì, ma fettine di cosa? Di Specie Specie, ovviamente Un momento: se noi per queste Specie intendiamo nomi, nomi come quelli che dava Linneo - Homo sapiens, Quercus ilex, Rosa canina, Canis lupus - certo, noi abbiamo due milioni di nomi. E la dividiamo - questa grande torta della biodiversità linneiana, cioè che ha già un nome - in fette. Però, queste fette sono tutte della stessa natura? Cioè, tre specie di quercia sono la stessa cosa di tre specie di passeri? La stessa cosa di tre specie di boleti? La stessa cosa di tre specie di sardine? Forse sì, forse no E vi mostro solo la copertina (questo BioDiversity con la copertina verde è un libro che non voglio sfogliare con voi), questo mostra che chi si è occupato di insetti, uccelli, mammiferi, di piante beh, ha confessato che - forse - le specie mie (che mi occupo di felci) non sono le specie tue (che ti occupi di batteri), non sono quelle sue (che si occupa di uccelli) . Forse quelle che noi abbiamo battezzato e continuiamo a battezzare con lo stesso sistema della anagrafe di Linneo - con questi famosi binomii - non sono sempre la stessa cosa. E questo, per chi si occupa di biodiversità, è - ovviamente - una grossa questione: è come incontrare improvvisamente un crepaccio lungo il sentiero che ci sembrava così tranquillo. Cosa possiamo fare? Tornare indietro no, fare un salto ignorando il crepaccio beh, è un po' troppo disinvolto, e finiamo per disegnare queste torte che sembrano belle ma probabilmente non sono vere. Conviene forse prendere una luce, provare ad illuminare dentro al crepaccio e magari - coraggiosamente - prendere una fune e scendere ad esplorare: esploriamo il crepaccio, esploriamo i problemi di "che cos'è una specie". Cinque minuti solo, ma forse è un momento di riflessione critica più utile che non dare tanti numeri su "quante specie conosciamo di uccelli, di farfalle, di coleotteri". Sì, appunto perché ci chiediamo quante specie ci sono la domanda ha senso solo se - o meglio - avrebbe senso solo se le specie di quelle bestioline che chiamiamo Rotiferi e le specie di quelle bestie lì che - come sapete - chiamiamo Uccelli del Paradiso, avessero lo stesso significato. (diapo Rotiferi e Uccello del Paradiso) Perché ho scelto questi due esempi? Per due buoni motivi. Allora, quello a destra è un uccello, e sembra che le specie di uccelli oramai le conosciamo tutte, diciamo che in questi ultimi venti o trent'anni più o meno ogni anno se ne descrive circa una, quindi sembra che la conoscenza - l'inventario della biodiversità per gli Uccelli sia qualcosa di oramai fatto, concluso. E' vero? Beh, dipende.. Una decina di anni fa un collega americano ha scritto un grosso articolo sugli Uccelli del Paradiso. Non ha aggiunto molti fatti nuovi, ha però interpretato a modo suo, in una maniera che corrisponde ad una sua posizione teorica, quel che era noto fino a quel momento sulle diversità all'interno di questa famiglia. Non entro in dettagli, ma semplicemente vi dico che applicando un concetto di Specie che non si è inventato lui, che non è quello condiviso dalla maggior parte delle persone, ma non è nemmeno un capriccio di uno soltanto (c'è un po' di gente che la pensa così), cos'è successo? Mentre prima di quell'articolo si diceva "quante sono le specie di Uccelli del Paradiso? Quarantadue o quarantatre specie, ce n'è una un po' dubbia", questo John Flicker dice "le specie di Uccelli del Paradiso sono più di novanta". Cos'ha fatto? Un gioco dei bussolotti? In un certo senso sì, cioè ha usato un concetto di specie che porta a vedere i confini fra una specie e l'altra in maniera diversa da prima. Chi ha ragione? A rigore nessuno, gli uni e gli altri , tutti e nessuno. Qual è la soluzione più comoda? Forse quella di seguire la tradizione, però non è detto Già a questo livello di animali ben conosciuti, a riproduzione sessuata e tutto quel che volete, le cose non sono così pacifiche. Ma ammettiamo che qui c'è sotto una sorta di discussione teorica da specialisti su "che cos'è una specie", dove non tutti accettano quella che a me sembra la definizione più ovvia ("appartengono alla stessa specie quelle bestie che si incrociano tra di loro e danno origine a figli che assomigliano ai genitori"). Quindi asino e cavallo sono due specie anche se ogni tanto viene fuori qualche mulo, i muli sono sterili quindi l'esperimento di mescolarli finisce lì, alla prima generazione. Allora, John Flicker quando moltiplica gli Uccelli del Paradiso e li fa da quaranta a novanta, non segue il concetto biologico, segue un concetto tutto suo, diverso, e quindi facciamo finta di niente. Ma allora facciamo un ragionamento sul concetto biologico di specie. Bene, questo va benissimo per gli Uccelli, che sono 9.200. Ma guardiamo queste bestioline che stanno nel fango, nell'acqua, nei muschi bagnati, si chiamano Rotiferi, son lunghi mezzo millimetro, e quanti ce ne sono? Eehhh si, sono pressappoco trecentosessanta nomi. Quante specie? Dal mio punto di vista nessuna. Non nel senso che siano tutte uguali, ma perché questi animaletti non hanno la riproduzione sessuata, si riproducono per partenogenesi costante. Sono tre-quattrocento modelli diversi ma non si è mai visto un maschio. E' del tutto probabile che da milioni di anni non esistano maschi, non esistano incroci, non esista la riproduzione sessuata in senso proprio. Quindi il concetto abituale, quello che ci permette di dire che il cavallo è cavallo e l'asino è asino, non si applica. Non è che ci porta delle incertezze sul numero (saran trecento, trecentocinquanta ) No, non possiamo per definizione applicare questo concetto - che mi sembra quello buono, ufficiale - in questo caso. Noi abbiamo creato un concetto di specie che va bene per gli asini e i cavalli, per gli uomini e per gli scimpanzé, ma non va bene per i Rotiferi, per questi Rotiferi. Quante specie? Per me nessuna, per un altro trecentosessantaquattro. Insomma, per gli Uccelli del Paradiso basta mettersi d'accordo e sono 42 o 43, i Rotiferi son quel che sono, ma tanto chi li va a vedere? Quando faccio un'escursione con i miei studenti mica li porto a guardare i Rotiferi. Ma posso chiedere - siamo qui lungo un fiume, in riva al Brenta, o al fiume che vi è più comodo (diapo sponda fluviale) - " ragazzi, contiamo quante specie di piante ci sono, piante superiori, piante a fiore quante ce ne sono? ". Dipende. Uno dice c'è quel Salice (già i salici danno pasticci perché si ibridano ), ma ammettiamo che lì ce ne siano uno o due soltanto, poi ci sarà un Cannabino, una specie di Senecio, due Carex, una Tipha Ma c'è il rischio che - soprattutto verso la strada - quindi nei posti un pochino disastrati e calpestati, ci siano questi che si chiamano in dialetto veneto "pissacani", cioè i soffioni, i Tarassaco. Quanti? Uno? Due? Tre? Eh, qui ricadiamo nello stesso problema - in genere - di quei famosi "vermetti" misteriosi (i Rotiferi) di cui parlavo prima Cioè queste piante fanno gli ovuli, fanno polline, ma questo polline non va a fecondare gli ovuli, non c'è fecondazione, nella stragrande maggioranza dei soffioni (non sto dicendo tutti ) che possiamo incontrare nelle nostre campagne, lungo la riva dei fiumi niente, non c'è sessualità. Ogni pianta prende origine da ovuli non-fecondati o - ovviamente - ha origine vegetativa. Come possiamo accorgercene? Tante volte avrete notato che all'inizio della primavera non ce n'è manco uno fino a oggi, e domani è tutto giallo di soffioni. Simultaneamente son fiorite mille piante, perché sono oggetti tutti eguali, sono un clone unico. Poi ovviamente sfioriscono, diventano ombrellini da soffiare via, passano magari venti giorni e ce n'è un'altra forma, sono sempre soffioni, ma a guardar bene non sono proprio identici ai primi, hanno differenze nelle foglie più o meno seghettate, o nei dettagli, una righetta rossa sulle fogliette dell'involucro del capolino e l'altro non ce l'ha, etc. (diapo soffione 1 - soffione 2 - soffione 3). Vedete questi signori - guardate questa "Flora delle Isole Britanniche" (diapo Dandelions of Great Britain and Ireland - A.A. Dudman & A.J. Richards) - che hanno riconosciuto ed usano nomi per più di duecentocinquanta soffioni diversi. Stavo per dire specie, ma non sono specie, per me non sono specie perché mi piace il concetto biologico: siccome non hanno sessualità, non si scambiano geni fra di loro, sono modelli fenotipici diversi. E un nome possiamo darglielo? Stiamo attenti, perché poi se tutti questi nomi li consideriamo allo stesso modo del nome che diamo a tutte le altre cose ben diverse, cioè la Tipha, l'Iris giallo che fiorisce lungo i fossi, etc.., possiamo fare dei pasticci. (diapo Tarassaco) Gente come questi specialisti di soffioni ti dicono magari che in un tratto grande come questa stanza, o nell'incolto più stupido (non nella grande riserva, o nel parco nazionale) - nel luogo dove la vegetazione ha da poco preso il sopravvento dopo che son stati buttati un po' di calcinacci per anni - possiamo trovare 20-30 forme diverse cui loro hanno dato dei nomi. Allora, nel tratto mezzo incolto dove abbiamo portato i nostri studenti a contare le piante possiamo trovare cinquanta piante differenti una dall'altra, una Veronica, una Cardamide, etc, ed un soffione. Allora, se dico son cinquanta più il soffione in tutto sono cinquantuno. Se dico che ogni soffione è diverso dall'altro, allora gli do il nome perché c'è una piccola differenza fissa, perché sono tanti cloni diversi, ed ho cinquanta piante diverse più trenta cloni di soffioni, allora quanti nomi ho? Cinquanta più trenta, cioè ottanta! Ma son cinquanta più uno o cinquanta più trenta? Qual è la biodiversità nel famoso posticino dove ho portato i miei studenti? Dipende non dalla bravura dei miei ragazzi o dal tratto di fiume, dipende dal concetto di specie che ho adoperato. E' la mia teoria che mi orienta, e non la praticaccia di usare le chiavi analitiche, quella del Pignatti o la chiave più domestica fatta da Busnardo per dare il nome alle piante. Dipende dalla mia teoria, cioè dipende da come son risalito da quel famoso crepaccio, dalla maturazione che ho fatto del concetto di specie dopo essermi reso conto che non è così banale, non è così scontato, non è la stessa moneta che posso adoperare tranquillamente e impunemente in tutti i paesi dell'Europa dell'euro. Solo per le piante? Beh, forse più per le piante che per gli animali, ma anche questi simpatici insetti (diapo Insetto stecco) che chi di voi viene dalle regioni centro-meridionali conosce (noi le conosciamo un po' così, come bestie d'importazione), gli Insetti stecco nella definizione generale (dalla Toscana in giù si incontrano), ecco gli insetti stecco nostrani sono tutti simili. Anche lì forme ibride, partenogenesi, e son pasticci: quanti sono? Uno, nessuno, centomila, alla maniera di Pirandello E non sono questioni banali. Uno può limitarsi a dire "c'è l'Insetto stecco, c'è la Mantide, c'è la Cavolaia", dipende dai nostri scopi Quanti sono? Prima di fare un inventario, anche semplicemente prima di usare un numero, dobbiamo onestamente - intanto verso noi stessi e poi verso i nostri interlocutori, i nostri allievi, i nostri colleghi - chiarire di cosa stiamo parlando: se possiamo usare una stessa unità di misura per tutti gli oggetti a cui diamo un nome, o se invece l'unica cosa che hanno in comune è soltanto il fatto di avere un nome, mentre invece questo nome nasconde diverse realtà a volte ben distinte (es. quando distinguo la quercia da un platano), a volte sottilmente distinte - come quando distinguiamo certe forme di quercia, certe forme di salici, certe forme di insetti stecco, o di soffioni, o di quant'altro.
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| La
Teoria dell'evoluzione
E' chiaro che Linneo ha dato l'avvio a questo inventario metodico, ma noi oggi ragioniamo e siamo diventati più critici, più problematici, ma abbiamo anche più domande e più interrogativi divertenti da porci, perché abbiamo un filo conduttore dato dalla Teoria dell'evoluzione. Cioè una lettura storica del vivente, che ha - come ben sappiamo - almeno due distinte dimensioni. (diapo Darwin) Una dimensione è quella delle parentele, della storia, dell'albero genealogico, filogenetico. (diapo albero genealogico) L'altra è la storia - fors'anche più divertente - in cui non ci preoccupiamo tanto di dire qual è il parente più stretto, non ci preoccupiamo tanto di chi è il cugino da invitare o da ignorare, quanto ci chiediamo la storia degli adattamenti. Il significato, il modo in cui si è arrivati da un modello iniziale - per es. di becco - a quelle forme così alternative così differenziate come troviamo all'interno di un genere, peraltro molto compatto, come quello degli Uccelli, i fringuelli di Darwin. L'esempio più bello (questo ci porta lontano dalla nostra amata patria), esempio bellissimo che la teoria evoluzionistica ha messo in evidenza è quello di questi pesciolini africani, che appartengono alla vasta famiglia dei Ciclidi, che ha tante belle specie nei grandi laghi africani, lago Vittoria, lago Malawi (diapo Ciclidi). Quelli del lago Vittoria sono interessanti per una ragione. Il lago è grande circa come le tre Venezie o forse un po' di più, circa 60.000 kmq, praticamente il nord-est d'Italia sommerso, ma poco profondo, come dire un enorme Trasimeno nel cuore dell'Africa. Poco profondo ci fa venire un sospetto, che questo sia un bacino recente, che perlomeno possa essersi asciugato e poi riempito, ma che il riempimento attuale sia un fatto recente. C'è disparità di opinioni fra la gente che se n'è occupata, qualche sedimentologo dice che si tratta di dodicimila-quindicimila anni, qualche biologo dice "avrei bisogno di qualche anno in più ". Centomila? Come fa un biologo a dire di quanto tempo ha bisogno? E' perché noi abbiamo - come sapete bene - dei sistemi per stimare l'età delle parentele fra determinate specie, che chiamiamo orologi biologici. In pratica si va a confrontare certe molecole, in particolare il DNA dei mitocondri delle bestiole, e le si confronta. Ci sono dei sistemi per calibrare l'orologio con una velocità standard - si può sbagliare di parecchio ma non certo di mille volte - e calcoli fatti sulle differenze che ci sono tra tutti questi pesci hanno dato risultati compresi tra diecimila e centomila anni. Prendiamo pure la distanza più grande, centomila anni. Visti sulla scala della storia umana centomila anni ci portano dalla storia alla preistoria, quando abbiamo esseri umani piuttosto grezzi, ma già simili a noi, ricostruibili dai resti fossili. Ma guardate questi pesci (diapo ciclidi lago Vittoria) quanto sono diversi fra di loro, per esempio le bocche, il profilo del corpo immaginate che queste bestie possono essere così specializzate che una si nutre di cose delicatissime, es. fitoplancton del lago, o strappa qualche brandello di piante palustri tenere tenere, altri invece hanno mascelle robustissime, denti piatti fatti a posta per triturare le conchiglie di chioccioline palustri, ed uno di questi è addirittura un predatore degli altri pesci. Eppure, il loro antenato comune non ha più di centomila anni. Cioè dentro il lago sono nate trecento, quattrocento specie diverse a partire da un unico antenato che ha colonizzato per primo il bacino non più di centomila anni fa, perché non c'era l'acqua, non c'era nulla, e tutto questa questa storia di diversificazione sembra una esplosione di biodiversità, esplosione di comportamenti alternativi, nelle acque limacciose di un grande lago africano.
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| Diversità
e disparità
A volta la parola diversità nasconde - mescola - due nozioni diverse. Una è questione di numeri, l'altra è questione di modelli diversi. Immaginate un ragazzino che fa la raccolta di figurine, o automobiline, o semplici coperchietti delle bottigliette di bibite, forse si fa ancora con le figurine di calciatori, collezione di quel che volete, monete. Uno ha mille oggetti, per esempio mille francobolli, un altro ne ha trecento. Chi ne ha di più? Uno può avere mille francobolli tutti uguali, oppure trecento francobolli uno diverso dall'altro. La ricchezza di specie che noi abbiamo già incontrato in questa conversazione, e facevo l'esempio nella diapositiva mostrata poco fa - trecento o quattrocento specie che siano nei Ciclidi del lago Vittoria, interessante è sì che son tante, ma non meno interessante è poi vedere quanto sono diversi nel loro aspetto, nel loro comportamento, in quel che mangiano, e questa è una dimensione diversa - appunto - è quella che possiamo chiamare disparità. Guardiamo i Cordati, i vertebrati più - possiamo dire? - "body-bridge" Un esempio è quell'Ascidia coloniale, trasparente, che vedete (diapo Ascidia). Quanti Cordati conosciamo? Sono un gruppo che tutto sommato è ben documentato, l'anagrafe dei Cordati è ben curata, ci sono gli Uccelli, ci sono i Mammiferi (i due gruppi meglio conosciuti), ma anche Pesci, Serpenti conosciamo non dico tutte le specie, ma li conosciamo piuttosto bene a confronto di quello che non conosciamo i Vermi o gli Scarabei Bene, i Cordati conosciuti sono in cifra tonda cinquantamila, però vedete quanto son diversi (diapo Cordati). Da bestioline gelatinose ad animali con uno scheletro robusto, da animali provvisti di appendici articolate a bestie che non ne hanno mai avute - come le ascidie - o le hanno perdute - come i serpenti; animali dell'acqua, animali della terra, animali dell'aria. E con tutto il resto che possiamo aggiungere. Cinquantamila specie. Prendiamo un altro campione da cinquantamila? magari sessantamila: i Curculionidi (diapo Curculionidi), sono questa grande famiglia di Coleotteri: quelli descritti sono già oltre sessantamila, quindi come i Cordati e magari qualcuno di più, ma son tutti Curculionidi come dire tutti Coleotteri, col muso lungo, vegetariani qui abbiamo Silvano Biondi, uno specialista di alcune Tribù o famiglie segregate di questo complesso, conoscitore mondiale di alcuni di questi gruppi, che magari dirà "per me sono un mondo immenso", però ovviamente lui che li conosce meglio di me potrà dire "comunque son tutte bestie che fanno mestieri simili", rispetto ai cinquantamila Cordati. Cioè, il numero di specie è una dimensione importante, nella nostra anagrafe, nel nostro modo di vedere il Mondo, di censire, di analizzare, ma dopo dobbiamo anche chiederci i modelli, le soluzioni, i modi di vita, le strategie, la disparità - come viene chiamata da alcuni - delle soluzioni che accompagnano la vita. Allora, avere trecento figurine una diversa dall'altra è meglio che avere mille figurine tutte uguali, anche se quella figurina magari è quella rara, ma importante per scambiarla con una diversa, o due, o cinque di diverse. Così, questo gruppo che voi ben conoscete (diapo Cetartiodattili), i Cetartiodattili. Conoscete i Cetartiodattili? Forse non di nome certamente voi conoscete il Delfino, conoscete l'Addax, il Cammello, la Giraffa, forse non tutti avete incontrato questo termine che è uno dei "capricci" della classificazione moderna, ovviamente non certo linneiana, perché si è riconosciuto che i Cetacei sono un ramo venuto fuori dal dente degli Artiodattili. L'ippopotamo ricorda tutt'oggi un modello che - non che le balene siano figlie degli ippopotami - ma le balene e i delfini son venuti fuori da una bestia che non era più simile a un bovino o a un cornuto di quelli lì, non era ancora tutto acquatico come i cetacei di adesso e somigliava abbastanza ad un ippopotamo di adesso. La documentazione fossile ce lo dice benissimo, abbiamo roba dell'Oligocene (Pachycetus) che era abbastanza simile a un ippopotamo, e poi - tanto per cambiare - l'impronta che è stata il DNA conferma questa parentela. Giusto per spiegare il nome. Bene, quanti sono i Cetartiodattili? Non tanti, saranno duecento, duecentocinquanta, non tanti, un gruppetto, ma di vario aspetto. Basterebbe guardare le pinne del delfino e il collo della giraffa, il corno dell'antilope e le gobbe del cammello per sottolineare questa diversità (o disparità). Questo invece (diapo Cryptocephalus) è un genere nell'ambito di una famiglia di coleotteri, ebbene i Cryptocephalus non sono duecentocinquanta, sono più verso i duemilacinquecento, e son tutti uguali, tranne che nei colori, son tutti fatti a stampo, piccole variazioni sui puntini che stanno sulla schiena, e ovviamente una meravigliosa fantasia di colori. Ma son tutti Cryptocephalus, cioè con la testina in giù (Crypto-cephalus = testina-nascosta), fatti con lo stampo. Qual è il gruppo più biodiverso? Beh, dipende. Per il numero di specie il Cryptocephalus, invece come piani organizzativi la disparità ce la mostrano i Cetartiodattili. Quindi dobbiamo capire di cosa stiamo parlando, e con quali occhiali stiamo guardando il mondo. Se abbiamo occhiali puramente numerici, graduati per sommare uno più uno più uno, oppure occhiali che ci permettono di vedere i colori e le tre dimensioni. Perché i viventi non stanno lì tutti in gabbia, semplicemente con piccole varianti - un pelo in più o in meno, con una macchia di un colore o di un altro - ma si diversificano in un gioco di forme e forse niente è più divertente che giocare con le conchiglie, per vedere come semplicemente - uno può farlo se è bravo al computer con programmini già fatti - giocare slargando una cosa o l'altra, può giocare con le forme e con pochissime variabili, può realizzare tutte le forme possibili, e quelle reali - ovviamente - delle conchiglie (diapo morfospazio). Ma torniamo in casa, per rendere concreto il discorso.
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| La
check-list della Fauna Italiana
Busnardo mi ha presentato come quello della check-list. Beh, sì, è stata una mia invenzione. Un giorno mi ritrovavo in un posto simpatico - il Museo di Storia Naturale di Verona - a parlare con un po' di amici vecchi e giovani, maestri, colleghi e allievi, di progetti. Questo succedeva una quindicina di anni fa, quando nei nostri istituti si cominciava ad avere il computer, e qualcuno cominciava ad averlo anche in casa. Si diceva, adesso possiamo cominciare a fare una banca dati - non si parlava ancora in inglese, non si diceva database - una banca di dati, un archivio di dati. Non esisteva il mouse, questo termine allora significava ancora "piccolo roditore". Stavamo ragionando di questi insetti che stanno sulle piante acquatiche, sulle rive del fiume, e qualcuno dice " proviamo a costruire una banca di dati dove ci sian dentro tutti nomi delle piante che ci interessano e tutti i nomi delle bestie che le mangiano?". Un altro, più vecchio e più saggio, dice "sì, le piante le abbiamo, abbiamo la Flora del Pignatti appena uscita e le bestie? Non esiste nemmeno l'elenco delle bestie che vivono in Italia, non dico cosa mangiano e dove vivono , no, il bruto elenco, nomi, l'anagrafe più semplice, non abbiamo il bruto elenco degli animali che vivono in Italia ". Allora dissi: " facciamolo!". Ovviamente nessuno può far da solo una cosa del genere, quindi è nato un progetto che ha coinvolto 273 persone. Io mi faccio bello di aver avuto l'idea, e poi di aver semplicemente gestito da editor il progetto, poi di quelle 57.400 specie io ne avrò messe dentro 80-100, quindi uno dei contributi più piccoli come autore specialista, c'è chi ne ha messe 1.000-1.500, però ci sono dei gruppi strani che sono un po' difficili. (diapo checklist Fauna italiana) Nell'arco di quattro anni siamo riusciti a completare quel lavoro, con l'inventario di tutto ciò che era conosciuto all'epoca. Ce ne sarà sfuggita qualcuna, nel frattempo qualcuno ha poi continuato a lavorare, ma soprattutto cos'è successo? Succede che la gente continua a lavorare non in biblioteca, ma a lavorare sul campo, a raccogliere, e nei Musei a studiare e identificare, e in quest'ultima decina d'anni la lista si è accresciuta di molto. Per esempio per i Ditteri - le moschette - sicuramente ci sono almeno 300-400 specie descritte o segnalate che non c'erano nella check. Pensate, addirittura Famiglie nuove per l'Italia, o nuove per l'Europa. Un paio d'anni fa un mio allievo viene con quel bestiolino verde - molto carino (diapo Acanalonia)- che sembra una foglia che comincia a seccarsi - come dire stiamo andando verso le condizioni delle foglie d'erbario - è invece un insettino di 5-6 mm, beh prima presenza in Europa di una certa Famiglia di insetti. Adesso esiste, è stato ovviamente aggiunto a questa "checklist-story" che non finisce mai, che è la check.
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| Altre
check-list
E per le piante? Per le piante i numeri sono più bassi - piante vascolari - ma sempre numeri impegnativi, questi sono numeri di qualche tempo fa, che continuano a crescere, ma sono in questo ordine di grandezza (diapo Checklist of vascular plants): migliaia. Funghi: finora abbiamo l'elenco per i Basidiomiceti, di un anno fa circa, che è impressionante perché ci dice che in Italia c'è circa un quinto di tutti i funghi grandi, che sono i funghi belli, noti al mondo (diapo Checklist Basidiomiceti italiani). E vedremo, quando conosceremo bene anche tutti gli Ascomiceti, e compagnia! L'Italia è così ricca, ovviamente, è il Paese più ricco di biodiversità dell'Europa. Anche Italia senza le isole, soltanto continentale, ha già più specie di qualunque altro Paese, a questo livello di conoscenza. Probabilmente, se le conoscenze miglioreranno nei prossimi anni la Spagna avrà più specie dell'Italia continentale, ma l'Italia completa con le sue grandi isole, continuerà ad avere il numero definitivo più alto di tutti i Paesi europei. Quando si stava completando il progetto europeo, alcuni editori hanno proposto di fare la "Fauna europea". Ovviamente non fatta da noi della "Fauna italiana", ma da noi messa in piedi. E' nata "Fauna europea" (diapo Fauna Europaea), nel frattempo qualcuno ha fatto un pessimo elenco per quelle marine, è stata fatta con le continentali e nel 2004 abbiamo completato la Fauna Europaea, con le sue 130.000 specie. Trovate on-line questi documenti, son cose pubbliche, ed ovviamente in continuo aggiornamento. E' bella la "Flora Europea", io mi rifaccio a quel che è stata la grande opera a stampa, il primo volume è del '64 e il quinto dell'80, cinque solidi densi volumi, ed è verissima una cosa (diapo Flora Europaea - vol. 5 - Cambridge University Press). Quando si stava per andare in stampa col quinto volume, i coordinatori, gli editors di questo progetto, hanno scritto per dare il bilancio e han detto delle cose molto divertenti. Prima, quando siam partiti, abbiamo cercato di fare le stime di quante specie ci sarebbero state, e abbiamo sbagliato. Per certe famiglie grossolanamente, a volte per eccesso, a volte per difetto, cioè fin che non si fanno queste cose si danno i numeri come nel senso volgare del termine (diapo Numbers of Taxa in Flora Europaea). Non c'è da fidarsi. I numeri seri sono quelli che risultano dall'inventario fatto, a occhio si sbaglia sempre. Ma una cosa interessante è soprattutto: quando siam partiti, gli altri ci hanno detto "non ce la farete, anche perché voi non siete dei sistematici ". Forse hanno avuto ragione, perché molti di noi erano sì abituati ad identificare una bestia o una pianta, ma è una cosa diversa dallo star lì a veder criticamente ogni oggetto, ogni nome. Però noi siamo riusciti. E perché poi, tanto, questi progetti non sono mai perfetti, quindi andiamo avanti. Sarebbe bello a questo punto fare la Fauna mondiale e la Flora mondiale... qualcuno sperava di potercela fare per il centenario di Linneo, non ce l'abbiamo fatta. Per qualche gruppo - però - un numero crescente di gruppi - comincia ad essere disponibile l'inventario mondiale. Nel nostro piccolo, per dire - Busnardo ha parlato di Centopiedi, Scolopendre - con un gruppo di persone sparse in quattro continenti abbiamo appena finito l'inventario, modestissimo, di 3.500 specie. Questo è il cammino che ci deve portare via via, e spero che nell'arco di 10-20 anni poi si arrivi a mettere ordine in questa biodiversità globale, altrimenti due milioni di specie conosciute? Può darsi sì, ci sono mammiferi, uccelli, pesci (a proposito, c'è in rete uno splendido oggetto che si chiama FishBase, andate a giocare con FishBase, il sito di biodiversità più bello che esista in assoluto - www.fishbase.org) E le piante le conosciamo? Più o meno No, no! Ancora c'è un dibattito fra botanici biodiversitologi se le piante conosciute - piante superiori, a fiori - siano pressappoco 250, 300 o 400 mila Quali sono i problemi? Sinonimi, liste parziali, mancano revisioni, mancano monografie Mancano monografie: qual è la soluzione? facciamole!
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| Stime
e calcoli del passato e del presente
Andando verso la conclusione della chiacchierata, vado ancora un attimo indietro nel tempo. Quante son le specie esistenti? Non lo sappiamo. E' bello vedere le stime fatte nel passato. Linneo, nella sua prima opera che usa in maniera metodica la nomenclatura binomia - i nomi delle piante nascono con la Species Plantarum del 1753, quelli degli animali nel 1758 con la decima edizione del Systema Naturae - in cifra tonda ci sono circa cinquemila specie per parte, di piante e di animali. Per Linneo ve n'erano forse almeno altrettante da descrivere, ovviamente da miope. Eberhard August Wilhelm von Zimmermann (1743-1815) - geografo - nel 1783, era appena morto Linneo, pubblica questa "Storia geografica dell'Uomo" (diapo Zimmermann), nella quale dà delle stime della biodiversità: " certo ne conosciamo poche Per me - diceva - le piante saranno 150.000 specie, e gli animali 7 milioni". Oggi ne conosciamo un milione e mezzo, ma le stime vanno verso quelle cifre Dove sta la biodiversità? Sta laddove Linneo non andava, e nemmeno i suoi allievi: il grosso sta sulle chiome delle foreste tropicali. Nigel Stork - infatti - ha fatto un giochetto, non è stato il primo ma l'ha fatto meglio dei suoi predecessori: ha preso 10 alberi nel Borneo, e con sistemi all'americana - in grande - ha fatto mettere dei grandi teloni abbracciando per intero questi alberi, poi ha spruzzato insetticida (24.000 insetti morti su dieci alberi non casca il mondo rispetto ai centomila alberi che vengono abbattuti ogni anno). Non ha dato il nome, si è limitato a raggrupparli in base a somiglianze e differenze, questo è diverso da quello, questi si assomigliano e li metto assieme - ha già un nome? Chi lo sa non importa - e ad occhio in questi 24.000 esemplari vi sono 2.800 specie. Vi rendete conto? Su dieci alberi 2.800 specie, basta mezzo minuto di passeggiata nel parco e sulle nostre teste ci sono 2.800 specie di insetti. In tutta Italia abbiamo 35.000 specie di insetti conosciuti. Soltanto di "spine parassite" che vanno a mettere le loro uova dentro le uova degli altri, ce n'è probabilmente almeno 700-800 specie. Facendo dei calcoli - quante specie di alberi ci sono - la stima che Stork faceva è che sulla chioma degli alberi delle foreste tropicali di tutto il mondo ci saranno molti milioni - da 10 a 80 milioni - di specie diverse di insetti (diapo Nigel Stork). Altre persone hanno fatto stime molto più basse. Alcuni si sono dedicati a pidocchi delle piante, cocciniglie, cimici, in ambienti molto ricchi - foresta pluviale di Sulawesi, nel Borneo - e dopo aver fatto un ragionamento sono andati un po' più a fondo: di queste specie raccolte quante sono già note e quante sono ancora da descrivere? Hanno fatto un rapporto da questo al resto del mondo e sono arrivati ad una stima per cui questi insetti sarebbero due milioni e mezzo (Hodkinson & Casson). Chi ha ragione? Non lo so, certo che si tratta di diversi milioni di specie ancora da descrivere.
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| Ruolo
del Museo e altri strumenti
Per concludere, torno al Museo (diapo London Darwin Center). Il Museo è il luogo dove la biodiversità è raccolta, e dove abbiamo gli strumenti per studiarla. Per studiarla occorre innanzitutto un ricco campionario, a piccola e grande scala, cioè individui da tante popolazioni e da tante località, per dire se son uguali o diversi. Poi ci occorrono gli archivi, i documenti del passato, per sapere cosa hanno detto gli altri, poi ci sono i libri e gli articoli, che oggi possiamo più o meno trovare attraverso internet - che sia carta o schermate non cambia nulla - e poi gli strumenti che prima di tutti il cervello, secondo il microscopio, terzo il computer, che ci permette di fare più presto se vogliamo fare analisi approfondite, ed anche l'occhio. E dopo, queste cose le possiamo anche andare a raccontare ai nostri allievi. Ognuno di voi conoscerà questa - che è la sala della evoluzione - biodiversità in chiave storica, in chiave di adattamenti, di divenire nel tempo delle soluzioni, al Museo di Verona (diapo sala 1 - sala 2 - sala 3). La ricaduta è un messaggio da vetrina, la sala anche da punto di vista museografico ha un suo interesse, ma è uno degli sbocci interessanti dell'analisi sulla biodiversità, fermarsi ai numeri è come essere alle mille figurine tutte uguali, dobbiamo subito portare il nostro ragionamento, il nostro discorso, l'attenzione dei nostri allievi, sulle 300 figurine diverse l'una dall'altra. Come diverse? Perché diverse? Cosa fa ciascuno? I nostri 300 calciatori in che squadra stanno? in che ruolo giocano? in quali partite si sono segnalati?
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| Una
cattiva tassonomia può uccidere
Perché tutto questo? Certo ci son motivi culturali e applicativi. Vorrei in chiusura fare un richiamo un pochino romantico, ma anche un pochino politico: "Bad taxonomy can kill". Una cattiva tassonomia, una cattiva classificazione può uccidere. Questa frase figurava sulla copertina della rivista Nature una quindicina d'anni fa. Dentro, l'articolo cui faceva riferimento trattava di queste bestie che voi conoscete (diapo Sfenodonte): il Tuatara, lo Sphenodon, questa bestia unica rappresentante - arteria se preferite - dell'Ordine dei Rincocefali, ordine di Rettili altrimenti estinto - che sopravvive ormai - questa specie Sphenodon punctatus - solo su alcune isolette prospicienti la costa dell'isola settentrionale della Nuova Zelanda. C'è in tutto questo un problema dovuto ad una "bad taxonomy", una cattiva tassonomia che ci siamo portati avanti per oltre un secolo. Verso la fine dell'800, infatti, un tizio aveva descritto una seconda specie di Sphenodon, vivente, cioè aveva detto "quelli che stanno in una o due isolette particolari son diversi dagli altri", e ha dato un altro nome Snobbato, ignorato, tutti hanno detto "ma no, è una specie sola ". Su quelle isolette particolari la specie ormai non esiste più, è estinta. Oggi questo Sphenodon è un animale superprotetto, e ovviamente studiato con la massima attenzione, sono stati recuperati alcuni resti conservati in Museo della popolazione o delle popolazioni di quello che aveva l'altro nome, e si è visto che sono notevolmente diversi, che se li avessimo oggi davanti li considereremo due specie viventi. Ovviamente la legge locale neozelandese avrebbe - nelle sue disposizioni - identificato entrambe e raccomandato e messo delle norme precise per la difesa non dello Sphenodon, ma di due Sfenodonti. Non averli distinti con nomi diversi, non averli pensati uno diverso dall'altro ha permesso che uno se ne andasse. Questo non dobbiamo farlo più, se vogliamo lasciare memoria nel tempo, e non soltanto avere una romantica consapevolezza del passato per quella che è pur sempre questa "bella famiglia d'erbe e d'animali" in mezzo alla quale viviamo (diapo famiglia).
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