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ANISN - Scuola estiva di Scienze naturali 2006 - Bassano del Grappa - 17-22 luglio 2006

Dr.ssa Gianna Miola

« Le politiche dell'USR Veneto per la promozione della cultura scientifica »

 

1. Introduzione

Sono piacevolmente stupita che siate qui, che abbiate voglia di fare scuola estiva, perché è una cosa abbastanza insolita, anche se nell'ambito delle scienze ricordo la scuola di astronomia e altre scuole che hanno preso piede in varie parti.

Credo valga la pena riflettere un po' sulle politiche scolastiche, o che gli Uffici Scolastici Regionali promuovono nell'ambito delle scienze, tenendo presente che c'è da qualche anno un orizzonte, a voi molto noto, che passa attraverso le rilevazioni degli apprendimenti reali degli alunni.

Ciò comporta assumere un nuovo concetto di qualità del servizio, non in quanto certificazioni procedurali che si realizzano attraverso una serie di manuali e di carte, ma proprio sulla qualità degli apprendimenti reali.

Il problema dell'innalzamento della qualità degli apprendimenti, e quindi come fare per arrivarci, come dobbiamo muoverci, quali possono essere i passi più importanti per coinvolgere anche gli insegnanti verso una preparazione più alta, ma soprattutto verso una modalità di comunicazione della scienza, è uno dei problemi che almeno da un triennio tocca un po' tutta la scuola italiana, in maniera particolare poi ha avuto in quest'ultimo triennio un forte impulso, proprio grazie alla legge 53.

Non che la legge 30 (il primo disegno di legge di riforma che era stato realizzato col ministro Berlinguer) non avesse posto l'attenzione sulle scienze e sulla necessità di andare a costruire un curricolo verticale (che il Piano ISS riprende), proprio per la necessità di dare le competenze nella formazione di base, nel segmento una volta chiamato "obbligo formativo" e che oggi si chiama "diritto-dovere all'istruzione e alla formazione", quindi in quella che da tutti i Paesi europei viene considerata la scuola dell'obbligo. Le competenze degli alunni vengono studiate fino ai quindici anni, dopo di che comincia il percorso superiore e si inizia un'altra storia.

Da un po' di tempo l'attenzione è molto più forte, ed è tale perché anche il nostro Paese si è dotato di questo strumento, vuoi a livello dell'INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Scolastico), vuoi per l'adesione che anche l'Italia ha dato alle rilevazioni dell'OCSE-PISA (le rilevazioni del 2003 si son soffermate in maniera particolare sulla matematica, quest'anno 2006 sapete che il focus è nato appunto sulle scienze). Ciò ha fatto sì che ci sia un'attenzione anche reale all'interno delle scuole che spero, mi pare di cogliere, non considerano più le scienze come materia appendicolare rispetto alla matematica (per esempio nella scuola media) o rispetto ad altre discipline, a meno non si vada in un liceo scientifico. Peraltro anche in un liceo scientifico di tipo tradizionale - sapete bene - neanche ci sono le scienze al primo anno, quindi lo scientifico ha bisogno di una forte revisione.

Allora direi di guardare con voi alcune riflessioni che fanno da sfondo alla nostra impostazione - parlo adesso del Veneto evidentemente, come USR, io dirigo l'Ufficio I che si occupa di Ordinamenti e anche di politiche dell'Istruzione e della formazione degli insegnanti - quindi me ne occupo da questo punto di vista, non sono io l'esperta di scienze, l'esperta di scienze è la Prof.ssa Grazia Calcherutti che il Prof. Terreni aveva incontrato a Roma il 6 luglio. E' una docente, distaccata al CSA di Rovigo, cui è stato affidato il coordinamento. Però c'è un gruppo di lavoro, c'è una serie di gruppi (un gruppo di lavoro regionale e gruppi di lavoro provinciali) che portano avanti le nostre politiche e vanno a condividere un certo orizzonte di pensiero.

 

2. Le sfide del globale e del complesso e l'espansione incontrollata del sapere

Primo spunto. Dietro le sfide del globale e del complesso - non c'è dubbio che viviamo in questa realtà, credo che le scienze più di altre discipline siano in grado di coglierlo - si nasconde un'altra sfida: quella dell'espansione incontrollata del sapere. Su questo non dico nulla perché è sotto gli occhi di tutti quanto nell'ambito scientifico l'espansione sia forte. E allora il rischio della corsa a rimpinzare di nozioni e appesantire i libri, a rimpinzare i curricoli, ad aver sempre più ore, a cadere in quella che già dal suo tempo Evandro Agazzi aveva chiamato "bulimia da curricolo"… quel rischio è sempre dietro l'angolo. L'abbiamo corso, l'abbiamo fatto negli anni '80-'90 con tutti i progetti sperimentali che erano arrivati a 36 ore, col progetto Brocca … è un'altra stagione. Si è aperta poi la stagione della essenzializzazione del curricolo, ma per fare questo non si può buttare fuori tutto dalla finestra, evidentemente occorre andare a costruire un percorso formativo totalmente diverso: ecco l'idea del curricolo verticale.

Altro concetto è quello di Jeremy Riflin nell'economia delle reti, in cui il patrimonio immateriale ha più importanza di quello materiale, la titolarità e l'imprenditorialità spettano a chi possiede il know-how, i concetti, le idee, il marchio e le procedure operative.

Perché cito questo concetto? Perché noi continuiamo a dire che la scuola deve formare giovani capaci di essere imprenditori di se stessi. E per essere imprenditori di se stessi non devono semplicemente saper fare, nel senso di abilità, di raggiungere certe abilità, ma devono raggiungere delle competenze. Che sono delle capacità di mobilizzare l'intero patrimonio di conoscenze (prima di tutto conoscenze), e poi di abilità messe a fuoco, ma anche di tutte le altre doti creative, immaginative… di tutte quelle cose che i ragazzi apprendono, realtà conoscitive che apprendono sia in modo formale a scuola, sia in modo non formale (per esempio attraverso attività extra-curricolari) o informale nella vita quotidiana. Quindi questo concetto punta molto sul fatto che non bisogna mirare immediatamente alla conoscenza, a dire "…a che cosa mi serve?".

E' facile per voi dire "a che cosa serve", perché se una persona non conosce nulla di scienze non riesce a leggere qualsiasi articolo di giornale… resta tagliata fuori anche dal discorso comune. Però c'è sempre il rischio che lo dicano i ragazzi, o anche le famiglie, che non capiscono magari il valore o non danno il giusto peso a questo settore, tant'è vero che abbiamo una grossa crisi delle vocazioni scientifiche. Come è noto, voi sapete per la chimica, per le scienze, per la fisica, per la matematica qual è stato il crollo delle iscrizioni dei nostri studenti universitari.

Mirare a costruire la testa, che però deve avere dentro adeguate e aggiornate conoscenze, altrimenti le competenze non saltano fuori dal cappello come un coniglio dal nulla….

Terzo aspetto. La notissima frase di Jacques Delors, che aveva coordinato la Commissione Europea e poi l'Unesco nel famoso rapporto dell'educazione per il XXI secolo, pubblicato da Le Monnier, in cui egli afferma che «… Poiché il XXI secolo fornirà mezzi senza precedenti per la comunicazione e per la circolazione e l'immagazzinamento dell'informazione, … occorre che l'educazione trovi e additi punti di riferimento che consentano agli individui di non essere sommersi dal flusso delle informazioni».

Le scienze si prestano molto ad avere un flusso di informazioni notevolissimo, che però vengono cancellate automaticamente dalla memoria dei ragazzi. Io rimango sempre stupita dalle prove di ingresso che si fanno in Veneto nel primo anno della scuola secondaria superiore (il famoso progetto Prometeo, realizzato ancora molti anni fa con gli Irsae Puglia, Marche etc.) … bene, queste prove registrano il punto più basso non nella matematica o nell'italiano o nella lingua, ma proprio nelle scienze. Dove, invece, abbiamo molti insegnanti che vengono da laurea in scienze naturali e in scienze biologiche piuttosto che in matematica… Com'è che questi insegnanti, che sono presenti nella scuola media, che vengono da laurea specifica di scienze, trascurano poi … Eppure hanno i libri bellissimi, programmi stupendi, molte nozioni... Qualche mese dopo, a settembre (perché passano due mesi tra la fine della terza media e l'inizio delle superiori) i ragazzi fanno le prove e cadono su questo settore più che in altri settori.

Quindi vuol dire che - probabilmente - l'accento, la forma, la modalità, l'approccio etc. non è stato adeguato, evidentemente, o comunque non abbastanza adeguato da stabilizzare delle conoscenze che possano essere rivivificate, riprese, per poterci poi andare a costruire il curricolo della scuola secondaria superiore.

La conoscenza, dice Edgar Morin, è conoscenza solo in quanto organizzazione. Se è cumulo di nozioni evidentemente non ha senso, quindi l'angoscia di chi si preoccupa di dover correre dietro alle indicazioni nazionali - una volta i programmi, ma nella scuola superiore ancora i programmi, che sono naturalmente un affastellamento enorme di campi, di ambiti, di settori, perché è così e non si può fare diversamente, - evidentemente richiede invece una capacità molto precisa di selezione, di individuazione dei nodi fondamentali, di ciò che voglio costruire insieme ai ragazzi, per la costruzione della testa, quindi per dare delle capacità di organizzazione delle conoscenze, e non di semplice accumulo, perché - poi vediamo - l'accumulo non lascia traccia.

 

3. Elementi cruciali a supporto della scuola dell'autonomia: formazione e innovazione

Facciamo una brevissima osservazione, il concetto è questo: le scuole sono autonome, viene riconosciuta questa autonomia, è stata riconosciuta a livello anche della Costituzione. Voi direte che non sono autonome per niente: è vero, perché hanno 500 circolari che invece di arrivare in maniera diretta dal Ministero gli arrivano tre volte, attraverso internet dal Ministero, da parte degli Uffici Scolastici Regionali, da parte dei CSA perché anche questi devono dire qualcosa … però dobbiamo cambiare musica, perché le scuole comunque andranno avanti sempre più prendendosi spazi di autonomia. E gli spazi di autonomia reali ci saranno solo quando si darà alla scuola un budget complessivo, che ne faccia quello che vuole e che ci renda conto. Non pezzettini di finanziamento che poi vengono ridotti (poi vi dirò della situazione attuale…). Allora, le scuole sono autonome, questa autonomia però non è solamente una questione amministrativa e gestionale, è un'autonomia di progettazione, di pensiero… Allora se vogliamo davvero fare questo, è chiaro che è un'autonomia che si gioca sulla formazione delle persone per il successo formativo, ed è una autonomia che deve spingersi molto sull'innovazione.

Ora non è pensabile che l'insegnamento delle scienze, che sono il settore del sapere che più registra innovazioni continue - ora per ora, non giorni, mesi o anni - rimanga ancorato ad un sistema trasmissivo del sapere ancora di tipo frontale, fatto di ascolto e di esercizi. Perché di fatto ci sono bellissime esperienze nelle scuole, ma c'è ancora tanta lezione frontale, tradizionale, libresca, lo sappiamo benissimo, e sappiamo benissimo che questo non funziona. Allora, autonomia basata sull'innovazione, tramite le sensate esperienze di galileiana memoria. C'è bisogno di sperimentare, ma di sperimentare in un duplice senso (io vengo da filosofia, quindi un po' di filosofia della scienza l'ho anche masticata, e poi sono stata preside sedici anni di un liceo classico, non faccio solo attività amministrativa da cinque anni, ho anche esperienza diretta essendo stata insegnante e capo d'istituto). Allora, dicevo delle sensate esperienze. La sperimentazione va fatta su due settori: 1) facendo sperimentare ai ragazzi certi fenomeni, provando a ripetere, a trarre, etc., tutte cose che voi già sapete, e 2) sperimentando noi docenti in gruppo - non da soli - delle pratiche didattiche innovative. E' una doppia sperimentazione, poi questi due atti si incrociano. Mentre negli anni ottanta-novanta noi dovevamo chiedere la deroga alla regola, al programma, e fare domanda al Ministero per la sperimentazione, evidentemente adesso è la regola.

Quante scuole però ancora non hanno capito questo? Che devono sperimentare? Quante scuole sanno - per es. - che c'è il 20% del curricolo - confermato dal ministro attuale, che si può andare a toccare flessibilizzando il curricolo? Certo è una cosa molto difficile, perché bisogna andare a fare scuola non più con le ore per settimana, ma per moduli orari, cambiando gli orari degli insegnanti durante l'anno… E' una fatica improba! Però se non mettiamo mano al curricolo, noi avremo fatto di questo progetto (questo è tutto il malloppo che è stato dato a Roma, sul progetto di cui oggi vi direi alcune cose, ma poi naturalmente ci sono i vostri esperti che ne sanno dire anche di più), questo diventa uno dei tanti progettini, com'è stato il progetto SET… Per carità, che qua e là a macchia di leopardo hanno prodotto delle belle cose, ma che non hanno trasformato la realtà della scuola italiana. Noi dobbiamo smetterla di aggiungere progetti a progetti a progetti, che fanno dire agli insegnanti "cosa mi dai se faccio questo progetto?" Perché sappiamo che è così, perché uno non pensa sia suo dovere sperimentare la bontà di un approccio alle proprie discipline di tipo innovativo… No, "devo fare un progetto… allora metto tante ore … quanto mi dai nel budget del fondo d'istituto…", etc etc. E' la morte della scuola.

 

4. Ruolo della formazione

Se vogliamo davvero che ci sia un nuovo sistema, come possiamo noi agire come USR? Chi coordina le attività delle scuole può dare solo linee di indirizzi, può promuovere e sostenere la formazione. Vorremmo avere anche i fondi adeguati…

Proprio l'altro giorno il Ministero ci ha fatto un ulteriore taglio sulla formazione. Vi do questo particolare, ma non per scoraggiarvi… anch'io devo trovare una creatività diversa per fare queste cose (ho finito giusto oggi una relazione amministrativa su tutti i capitoli di bilancio che vuole il Ministro in questi giorni). Bene, un milione e ottocentomila euro quest'anno 2006 con la legge finanziaria sono diventati un milione e quaranta… e ci hanno detto "non potete tenerveli tutti, dovete dare indietro allo Stato quattrocentoventimila euro". Restano seicentomila euro per 737 scuole statali, 1250 scuole paritarie, 630 mila alunni, 78 mila docenti… per fare tutta la formazione. Per tutti i progetti, compresi quelli nazionali, tenendo presente che il primo vincolo sono gli adempimenti contrattuali (i neo-immessi in ruolo, il corso-concorso per i dirigenti, tutta la formazione del personale ATA…). Quindi sono bellissime cose, ma bisogna fare i conti con la realtà.

Allora, o noi siamo in grado effettivamente di trovare energie, sinergie, sul territorio altrimenti non vedo molti spazi, perché rischiamo di fare qua e la qualche progettino, interessante… Tutte le altre regioni sono nella stessa situazione del Veneto sul piano dei fondi, forse le regioni del sud hanno di più perché hanno avuto i progetti PON, con finanziamento europeo, però questa è la situazione attuale ed io devo dirlo.

Cosa possiamo fare nella formazione? Certamente andare ad elevare le conoscenze degli insegnanti, perché ci sono insegnanti - non certo voi evidentemente - che da quando si sono laureati non hanno preso in mano un libro… Ho fatto alcuni anni fa la presidente del corso abilitante riservato, proprio per le scienze. All'orale, chiedendo "quali riviste (non libri) ha letto negli ultimi tre anni"… c'erano persone che non aprivano bocca. Riviste scolastiche, non ho chiesto i libri… Allora, voglio dire, questo bisogna tenerlo presente, che siete un manipolo molto d'avanguardia …

Dobbiamo prima di tutto rendere disponibili e accessibili le conoscenze, portarle noi nelle case, nelle scuole, nelle sedi, e non chiedere che gli insegnanti vadano alla fonte. Dobbiamo noi cercare di decentrare il più possibile i corsi di formazione. E dare naturalmente un supporto anche alla comunità di pratiche… Non credo si possa imparare qualcosa ascoltando, s'impara facendo, e si impara nella pratica quotidiana, solo però se c'è il supporto, se c'è una forma di re-visione da parte di qualcuno, se c'è lo scambio, il confronto … quello che si dice la comunità di pratiche. Però anche questa ha bisogno di essere organizzata, è sempre un problema di organizzazione, non si può lasciare alla libera volontà … "fate…", "fate le reti di scuole…", … resta una cosa molto sul vago che poi non dà frutti.

 

5. Linee di indirizzo dell'USR Veneto

Le linee di indirizzo del Veneto passano attraverso i seguenti punti focali:

Piano regionale sui saperi disciplinari. Ci siamo inventati, ancora nel 2003, un piano regionale sui saperi disciplinari. Abbiamo detto - ancora non c'era tutta questa enfasi, c'era il primo progetto pilota dell'Invalsi - "siamo convinti che occorre tornare alle discipline", perché altrimenti gli apprendimenti non salgono, non crescono. Ci siamo inventati un gruppo di regia regionale di cui fa parte anche l'Università, l'Irre, e abbiamo cominciato a ragionare sull'italiano (prima di tutto), sulla matematica, le scienze, poi la storia, il latino, il greco, la filosofia, il diritto, per ora abbiamo questo arte-immagine, e le lingue straniere. Non subito tutto, nel giro di questi tre anni da 2003 al 2006 siamo arrivati un po' a crescere, andando ad organizzare dei laboratori provinciali sul territorio. Provinciali o sub-provinciali, con un coordinamento di docenti esperti e con una revisione o di docenti universitari o da parte di esperti, anche delle associazioni professionali.

Potenziamento degli apprendimenti di base. Questo è un piano complesso, se andate a vedere il nostro sito di cui tra l'altro sono responsabile www.istruzioneveneto.it trovate sotto "autonomia" (supporto all'autonomia) la "didattica disciplinare", le varie discipline, ci sono anche le scienze. Abbiamo cominciato a fare dei protocolli d'intesa con le Università, con l'Inca, che è quel consorzio interuniversitario per la "chimica per l'ambiente", abbiamo cominciato a fare delle cose insieme. E questo cercando di diffondere la volontà, l'intenzionalità delle scuole di fare del proprio POF non una specie di vetrina degli oggetti extra-curricolari, ma fare in modo che il POF vada a centrare sul cuore degli apprendimenti fondamentali, di base, perché senza questi apprendimenti si perde il diritto di cittadinanza.

Se noi non abbiamo dato a tutti, almeno ai quindicenni, quelle conoscenze e quelle competenze fondamentali che consentono loro di orientarsi e di leggere il presente, li abbiamo tagliati fuori per sempre dalla capacità di essere cittadini attivi.

Rilevamenti OCSE-PISA. I saperi disciplinari sono stati attivati con le reti di scuole e con i laboratori di ricerca, naturalmente abbiamo seguito con particolare attenzione l'OCSE-PISA. Noi siamo una delle quattro regioni che hanno fatto il rapporto anche regionale, l'ha fatto il Piemonte, la Lombardia, il Veneto, la Toscana. Abbiamo cercato i fondi e ci siamo pagati in più. Abbiamo fatto parte naturalmente anche del progetto di tipo nazionale, però abbiamo fatto un nostro campione di scuole veneto, circa cinquanta scuole scelte sempre dal sistema internazionale, non da noi … noi non sapevamo neanche quali scuole fossero state scelte, quindi assolutamente con sistemi che erano sopra - come dire - a nostri possibili interessi. Abbiamo seguito e fatto tutto il progetto e pubblicato anche l'esito. Voi sapete che oltre alla matematica c'è l'esito anche per le scienze, con cose molto interessanti. Il libro, pubblicato, è sul sito del nostro USR quindi voi potete guardarvi anche le pagine sulle scienze. Perché credo che poi non siamo molto lontani da quella che può essere una media nazionale… Però per quanto riguarda - per es. - la matematica siamo non al 26-esimo posto, ma attorno al decimo posto, come la Francia e la Svezia, rispetto all'Italia che nella media è al 26-esimo posto, e così anche per le scienze siamo andati un pochino meglio della media, però i risultati sono più bassi. Ancora una volta anche l'OCSE-PISA 2003 ci dà conferma delle osservazioni che noi stiamo facendo nelle scuole e cioè che tra le tre discipline quella più bassa sono proprio le scienze. Incredibile, perché dovrebbero essere meno difficili di approccio, creare minore spauracchio rispetto alla matematica... Con questa differenza - voi sapete - che le femmine vanno molto meglio nelle scienze.

Quest'anno abbiamo ripreso il nostro campione di tipo regionale, quindi altre 50 scuole in maniera particolare sulle scienze, abbiamo già promosso un gruppo di tipo regionale di cui fa parte anche l'Università, sarò ben lieta se faranno parte anche le associazioni professionali, proprio per poter approfondire in maniera sistematica la nostra situazione. Questo significa - anche qua - andare a pre-vedere dei finanziamenti, non è che le cose vengono naturalmente dal nulla.

Il progetto Lauree scientifiche. Quest'anno è partito in tutta Italia - in Veneto molto bene - il progetto lauree scientifiche. Attualmente abbiamo una sessantina di scuole che stanno lavorando sul progetto lauree scientifiche, abbiamo aggiunto rispetto al progetto generale "scienza dei materiali", oltre che chimica, fisica e matematica, abbiamo fatto i protocolli di intesa con le tre università del Veneto, abbiamo fatto i quattro nodi, c'è il comitato scientifico. Ed un lavoro fatto proprio qui al liceo scientifico di Bassano del Grappa sulla matematica in chiave innovativa è stato premiato a Roma nell'ambito del convegno nazionale di Confindustria. Vediamo che esito dà …

Certo questo è un lavoro molto lungo, richiede tempi di gestazione e di osservazione per poter ottenere un orientamento verso le discipline scientifiche molto più elevato. Anche in Veneto, infatti, il numero degli studenti iscritti è di poche decine di unità a fisica, a chimica o a matematica, rispetto alle migliaia di iscritti che hanno giurisprudenza, scienze della comunicazione, della formazione, beni culturali, o anche le scienze applicate, per es. ingegneria è messa molto meglio.

Il progetto Farmitalia. Ma le scienze cosiddette "dure", le scienze "pure", rischiano di avere un forte calo. Ultimamente ci siamo rivolti in maniera particolare alla chimica, alla biologia, e siamo dentro nel numero delle sei regioni che fanno parte di questo progetto Farmitalia, forse qualcuno di voi sa, che è un progetto sempre nato da un protocollo di intesa con il Ministero e che prevede stages degli studenti all'interno di ditte farmaceutiche (nel Veneto ce ne sono di molto note) che può essere utile per accostare i ragazzi alla realtà, ad un utilizzo delle conoscenze… Perché molti ragazzi non scelgono gli studi scientifici perché temono che il loro sbocco unico sia … Quale? … L'insegnamento! E quando ci hanno guardato in faccia, hanno "mangiato e bevuto" - come si dice da noi - e non vogliono… Si vede che siamo così squallidi come insegnanti, e quindi loro non lo vogliono fare e lo tagliano… e non pensano che invece anche dentro nell'industria e nella realtà lavorativa possono esserci molti sbocchi.

Per la verità l'ultima indagine Excensior uscita pochi giorni fa sugli sbocchi occupazionali in Veneto, ci dà posti di lavoro per giovani che siano in possesso di diploma di laurea solo per il 4,3% dei posti di lavoro complessivi… Allora uno che legge dice "perché mi devo laureare?". E naturalmente il grosso della richiesta riguarda posti di operaio specializzato, ma anche senza specializzazione, cioè titolo di studio richiesto "terza media"…(il grosso). Poi un po' il diploma, la laurea abbastanza come fetta, però per il 2006-2007 si prevede questo tipo di ingresso nel mondo del lavoro.

Voi capite che è difficile dire ai ragazzi di studiare, invogliarli, perché devono anche avere uno sbocco, devono poter avere un ideale … Certo, la conoscenza per la conoscenza è importante, però voi capite che devono poter tradurre un loro impegno, vedersi realizzati all'interno di qualche cosa. Se non siamo in grado di consegnare loro un sogno, che possa tradursi prima o poi in realtà, credo che veramente facciamo fatica a far scuola… Capisco tutta la sofferenza che provano gli insegnanti.

I protocolli con le associazioni disciplinari. Ne abbiamo già firmati alcuni, anche con l'italiano. Non credo ci siano delle difficoltà particolari a firmare il protocollo sulle scienze, purché ci si chiarisca bene qual è il ruolo delle associazione professionali all'interno di un progetto.

Perché quando c'è un progetto da realizzare, ognuno - ed è anche molto comprensibile - vuole capire bene qual è la sua parte, cosa gli viene per la partecipazione, quindi al di là del progetto che può essere molto bello e molto condiviso, su cui tutti concordano, non abbiamo alcuna difficoltà a concordare sulle premesse, sull'andare a riconoscere l'importanza delle scienze, e anche sull'impostazione e sulla filosofia del progetto … Dove c'è la difficoltà è poi "chi fa che cosa", "quali sono gli impegni". E soprattutto: ci sono fondi per remunerare poi il lavoro di chi si impegna?

Quindi, poiché i chiari di luna sono sempre più vasti, dal punto di vista finanziario non è così semplice. Non è così semplice, perché così fa il Ministero … non lo finanzia, che mi risulti, questo progetto. Non è arrivata neanche una nota sul finanziamento per questo progetto per le regioni che lo attueranno, come non è arrivato per la matematica, e per altri… Il Ministero dice "noi abbiamo preparato i materiali, e andiamo a preparare i tutors", dopo di che gli USR e le scuole, con la loro autonomia, se vogliono, con i loro fondi fanno delle scelte. Voi capite se la coperta ha una qualche dimensione si possono fare delle scelte, se la coperta è abbastanza ristretta è chiaro che siamo abbastanza obbligati …

Adesione al Piano ISS. Questo è il punto - credo - che ci mette un po' più in difficoltà [la ristrettezza finanziaria, ndr], e quindi noi abbiamo aderito al Piano ISS. Abbiamo aderito, non eravamo obbligati, non sono tutte le regioni che partecipano, sono solo cinque sei mi pare… [precisazioni di Terreni, ndr]

So che erano cinque, poi abbiamo avuto dei contatti con la Prof. Croce che lavora presso la Direzione del Personale della Scuola e abbiamo detto "sì, sulle scienze noi vogliamo spenderci", e quindi in qualche modo cercheremo di coinvolgere anche enti esterni al mondo dell'istruzione, perché secondo me devono capire tutti che questo è un settore su cui occorre andare ad investire, perché purtroppo questi sono i fondi che avremo a disposizione.

 

6. Percorsi didattici, "sentire comune", laboratori territoriali, reti di scuole

La nostra idea comunque è la seguente: promuovere azioni mirate alla costruzione di concreti percorsi didattici, cioè questi laboratori devono produrre percorsi che siano riproducibili, che in qualche maniera un'altra scuola possa non dico copiare, ma adottare, cui possa ispirarsi… Cioè devono circolare queste esperienze, perché ci sono davvero insegnanti molto bravi e capaci, in grado di ottenere risultati notevoli, ed è giusto che questi vengano diffusi.

Tenendo presente la formazione tra pari. E' ormai un concetto diffuso per tutta la formazione, si parla sempre di andare a preparare docenti-tutors che non hanno tutto il sapere in testa, ma conoscono la meccanica, i sistemi, la metodologia, tutta la organizzazione scolastica, sono in grado di tradurre nella prassi scolastica i concetti elaborati in sede scientifica presso le Università.

Altro discorso - vado verso la fine - è cercare di promuovere un sentire comune. Non si può trasmettere ricerca, amore per la ricerca nei ragazzi, se non si fa ricerca. E per fare ricerca occorre che ci sia un gruppetto. Oggi non può fare ricerca uno da solo. Bisogna che ci sia un gruppetto di insegnanti che condividono la stessa passione, hanno le stesse idealità, si sforzano di raggiungere dei risultati, che siano disposti a confrontarli. Perché se ancora ci sono insegnanti che tengono nascosto il loro modo di operare perché son gelosi, non lo condividono e non lo mettono in comune (voi lo sapete, accade anche questo) ... non facciamo crescere le scuole, quindi tanto meno anche gli studenti. Pensando che la vera risorsa non sono le conoscenze che ci vengono dai centri universitari, ma è data proprio dagli insegnanti, che sono essi stessi costruttori del proprio sapere, e quindi devono appropriarsi di un concetto di professionalità che - voi sapete - ancora è un'araba fenice. Ancora i docenti non vengono considerati dei professionisti. C'è un albo a cui ci si iscrive quando si entra in ruolo o ci si abilita, poi non si sa che fine fa l'albo, non l'ho mai visto da nessuna parte, neanche in Direzione Scolastica regionale. Quindi non si capisce perché si stenta così tanto… quindi anche questo ha poi il suo riflesso nel modo di lavorare, e anche sui risultati.

Ultima cosa, cerchiamo di adoperarci affinché questi laboratori provinciali ed interprovinciali siano in grado davvero di individuare i bisogni dei propri ragazzi. Perché anche qua, se si parte e si cala dall'alto un contenuto - che magari è perfetto - ma senza capire a quale livello sono gli allievi, di cosa hanno bisogno… di cosa hanno sete i ragazzi? … Stamattina leggevo, arrivato in USR, un volumetto di una scuola primaria di un paese, Vigodarzere. Una bambina di seconda elementare voleva avere due scarpe, due scarpe per andare verso il cielo… Ha scritto pochissimi versi… "Signore, dammi due scarpe che voglio camminare … dammi due scarpe per andare verso il cielo". Se noi non siamo in grado di dare due scarpe, cioè di muovere, mobilitare tutte le energie, morali prima che intellettive, dei nostri ragazzi, e non gli diamo in mano un volano perché loro crescano nella conoscenza - le scienze secondo me sono ricchissime, possono aprire tesori di conoscenze ai ragazzi - non facciamo scattare quella voglia di conoscere, di apprendere, quella voglia di studiare.

Quella voglia che è fatta anche di fatica, perché studiare costa anche fatica, memorizzare costa fatica, richiede esercizio, è inutile dire "facciamo solamente un gioco". Non è attraverso il gioco… non sono affatto, a livello personale, per la pedagogia del gioco, anche se ci vogliono momenti giocosi evidentemente, perché occorre che i ragazzi capiscano che si arriva attraverso anche una procedura di tipo rigorosa, molto impegnativa. Che fare scienza significa controllare e ricontrollare, significa impegnare del tempo, e sottoporre la propria intelligenza al rigore scientifico, sottoporla ad una dura disciplina.

 

7. I luoghi della formazione

I luoghi della formazione non possono essere diversi rispetto ai luoghi in cui si esercita l'apprendimento, i luoghi in cui si apprende come docenti non possono essere lontani e diversi dai luoghi in cui si esercita la professione di insegnamento. Vanno connessi - questi luoghi - con le pratiche, quindi i luoghi della formazione non possono essere - a nostro avviso - che scuole o reti di scuole. Non possono essere i centri universitari (possono esserci dei momenti), ma devono essere scuole o reti di scuole. Devono andare a prevedere interventi laboratoriali, e questo significa avere piccoli gruppi. E avere piccoli gruppi è difficile perché stiamo concentrando il numero di alunni nelle classi, lo sappiamo tutti… Allora occorre una organizzazione scolastica diversa, per poter fare anche in compresenza, dividendo gruppi di livello, a classi aperte… Quindi bisogna entrare in un'ottica totalmente diversa anche nell'organizzazione del lavoro scolastico.

La parola-chiave è la ricerca-azione, e mi chiedo sempre se sappiamo quanto difficile sia la ricerca-azione … Perché uno crede che la ricerca-azione sia fare delle cose con i ragazzi… Non è questo, lo sapete bene anche voi, ma è proprio un osservarsi completamente su ciò che fai, su come lavori, anche come da esterno, sottoporsi a un supervisore … cioè è molto difficile. Eppure, provate a leggere qualsiasi testo sulla formazione, sull'apprendimento, sulle pratiche della formazione … tutti parlano di ricerca-azione.

Evidentemente questa ricerca-azione non può che basarsi sulla concezione costruttivistica del sapere, e anche qua vorrei sapere - ma voi conoscete bene queste teorie del cognitivismo perché sono nate in ambito biologico e non psicologico - vorrei sapere quanti le conoscono effettivamente a fondo, ne hanno appreso i fondamenti in maniera da poterli tradurre anche nella didattica cooperativa o nell'apprendimento collaborativo.

Se avete pazienza un minuto e lo ritenete opportuno vi farei vedere le slides presentate nella riunione a Roma sul Piano ISS… Mi pare che ancora il piano sia ancora generalissimo, che ha bisogno di essere tradotto nella concretezza. Prevede una fase pilota, una prima fase in cui vengono formati i tutors e quindi una fase di disseminazioni attraverso i gruppi di lavoro, i laboratori provinciali, quindi molto simile - per quanto riguarda l'impalcatura, la struttura, a quanto noi già stiamo praticando. Penso e spero abbia contenuti molto più validi, perché validati in ambito nazionale, e perché l'apporto delle associazioni professionali immagino sia anche fortemente significativo, quindi noi abbiamo tutta la buona volontà per poterlo avviare, almeno quest'anno. Spero di avere i fondi, almeno un minimo per poterlo avviare e poi per diffonderlo… Verranno anche tempi migliori, non saranno sempre tempi tristi.

Questo è quanto vi volevo dire. Vi ringrazio molto per la vostra attenzione ma resto a vostra disposizione se volete fare delle domande.

 

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