L'Accademia di agricoltura
Valentina Ragni e Giulia Scarlatti - Rielaborato
da La storia di Vicenza di Neri Pozza
|
Tipico della seconda metà del Settecento è il fenomeno delle accademie scientifiche ed agronomiche, che in Europa e in Italia contavano un gran numero di soci. Dirette al progresso dell'agricoltura, col compito di studiarne i problemi, proporre i rimedi, modernizzare le tecniche, sorsero anche nella Repubblica Veneta numerose accademie agrarie nelle principali città dello Stato. La loro istituzione fu promossa e sollecitata dal Governo Veneto, indotto ad occuparsi di questo settore da gravi motivi di ordine economico generale da un lato, e finanziario contingente dall'altro. La riscoperta della terra coincide con la fase storica che va dalla fine del Cinquecento alla metà del Settecento, periodo in cui il grande traffico mercantile internazionale si spostò dal Mediterraneo all'Atlantico. Questo fatto provocò una lenta ma inesorabile emarginazione di Venezia, ridotta a "porto regionale". Di qui l'accrescimento degli investimenti in beni fondiari, che generò un vasto processo di rifeudalizzazione e il consolidarsi della grande proprietà di tipo latifondista. Nel corso del Settecento si aggiunsero poi un aumento demografico e il rincaro degli alimenti. Ma il motivo che più di ogni altro pesò con urgente immediatezza sulle disposizioni governative fu il deficit della bilancia dei pagamenti, dovuto alla troppa onerosa importazione dei grani e soprattutto del bestiame da macello. Alla risoluzione di tali problemi fu pertanto predisposta nel 1768 una Deputazione all'Agricoltura che avrebbe dovuto avvalersi delle accademie agrarie dislocate in città. Inoltre già nel 1765 era stata istituita presso l'Università di Padova una Cattedra di Agricoltura, e ad allargare il dibattito intorno a questi temi, suscitando l'interesse attento e partecipe di un gran numero di lettori, contribuì efficacemente anche il "Giornale d'Italia". La ducale del Senato del 10 settembre 1768 sollecitava l'erezione di un'accademia agraria in ogni città: a Vicenza si giunse alla definizione dello statuto nel gennaio del 1769 e all'inizio dell'attività nel 1770. Come le altre, l'Accademia vicentina doveva mantenersi in stretti rapporti con la Deputazione all'Agricoltura, e dato questo carattere pubblico, l'istituzione percepiva ogni anno un assegno di 150 ducati a titolo di incoraggiamento e rimborso spese. Il regolamento interno prevedeva come organo direttivo un Consiglio composto da due presidenti, due Consiglieri, due Censori, un Cassiere, un Segretario, a cui in seguito fu affiancato un vice, e l'aiuto di un bidello. Le cariche duravano due anni. Particolarmente importanti erano le funzioni assegnate ai Censori e al Segretario. In particolare il filo unitario dell'attività pluriennale della Accademia era rappresentato dal segretario, che dopo i primi due anni poteva essere , e fu, riconfermato in perpetuo. Oltre all'obbligo di essere presente a tutte le riunioni, i suoi compiti specifici erano di registrare gli atti, scrivere alle altre Accademie dello Stato ed estere per lo scambio di notizie e novità. Poteva far parte dell'Accademia qualsiasi persona competente in materia, senza distinzione di ordine sociale. Gli iscritti da principio erano trentasei, fra i quali Antonio Pajello, presidente, Giovanni Arduino, segretario, Antonio Turra, eletto dapprima censore e poi segretario, ed il vescovo di Vicenza Marco Corner, appassionato botanico. Ben presto questo gruppo iniziale aumentò notevolmente con l'iscrizione di altri soci. I nobili erano in maggioranza, seguiti dagli ecclesiastici e dai cittadini. Ogni anno, secondo la normativa stabilita, l'Accademia proponeva una esperienza di coltivazione e bandiva un concorso su due temi di attualità inerenti all'agricoltura della provincia: al vincitore veniva offerto un premio in medaglia d'oro, e gli spettavano di regola l'iscrizione come socio e la pubblicazione della memoria. Quanto al luogo delle riunioni, dal 1711 si ottenne dall'Accademia Olimpica il permesso di usare le sue stanze nell'edificio dell'omonimo teatro. Caduta la Repubblica e venuto meno ogni sussidio, anche questa istituzione cessò di esistere. Dopo la morte del segretario Antonio Turra, avvenuta nel 1797, gli atti e le memorie furono trasferiti nella biblioteca pubblica della città. L'Accademia Olimpica continuò invece a sussistere. Durante il nuovo regime napoleonico fu avviata la loro fusione in un unico Ateneo rivestito di carattere pubblico, ma la prima assemblea convocata nel 1813 non ebbe seguito. Nei suoi ventotto anni di vita l'Accademia non si perse mai in discussioni oziose e astratte, ma partecipò con entusiasmo alla trattazione dei problemi agricoli ed economici del tempo, produsse e pubblicò numerose memorie, impiegò le sue risorse finanziarie in lodevoli progetti. Essa si occupò tanto di argomenti tecnici, come il miglioramento del metodo di coltivazione, quanto di problemi sociali, mostrandosi sensibile al disagio e alla miseria della classe rurale. Numerose furono in questi anni le iniziative utili e talvolta onerose prese dall'Accademia, ad esempio la formazione di una libreria agronomica ad uso della Società, o l'idea del 1786 di dare inizio ad un orto accademico: l'anno seguente, presi in affitto quattro poderi nel Campo Marzo, si diede finalmente il via alle coltivazioni, che nel primo biennio 1788-1789 consistevano in frumento, sorgo, lino e canapa. Significativo e notevole appare infine il fatto che le teorie non rimanessero circoscritte all'ambito accademico, ma si sentiva vivamente l'esigenza di una verifica. Per questi motivi l'attività svolta dall'Accademia appare quindi una conferma del suo impegno nella divulgazione della moderna conoscenza. |