Antonio Turra, medico e botanico vicentino (1736-1797)
Valentina Ragni - Giulia Scarlatti
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«Durante
il '700, il secolo dei lumi, gli illuministi e gli scienziati vicentini,
spinti dalla curiosità e dall'interesse per la storia naturale,
si pongono con più attenzione di fronte all'osservazione e allo
studio della flora, delle rocce, dei fossili, delle miniere e delle
acque della loro terra. La nascita dell'Accademia di agricoltura e la
fioritura delle ricerche mediche hanno una precisa finalità sociale
e politica: una miglior conoscenza della natura ne implica un miglior
sfruttamento a vantaggio dell'uomo». «Fra gli
uomini colti vicentini che ebbero un ruolo di preminenza in questo ambito
di studi figura Antonio Turra, medico e botanico, marito di Elisabetta
Caminer, segretario dell'Accademia di agricoltura e membro di numerose
accademie italiane e straniere». «Nato a
Vicenza il 25 maggio 1736, discendeva da una famiglia cittadina non
ricchissima ma sicuramente benestante; il padre era Giovanni Batta Turra,
la madre Angela Spezzato, borghese ed istruita. Si laureò in
Medicina e Filosofia presso l'Università di Padova, ed iniziò
quindi ad esercitare la professione medica a Vicenza. Conosciuta Elisabetta
Caminer la sposò probabilmente nel 1772. Donna colta e illuminata,
intraprendente scrittrice e traduttrice degli autori stranieri contemporanei,
pubblicò per anni insieme ad altri collaboratori il "Giornale
Enciclopedico"». «Il Turra
si guadagnò notorietà e reputazione in particolar modo
per gli studi di botanica, alla quale attese fin dall'età giovanile,
raccogliendo e catalogando numerosissime piante. Seguace del metodo
di Linneo, da solo o più spesso in compagnia di Marco Giuseppe
Corner, vescovo di Torcello e poi di Vicenza e creatore di un grande
orto botanico, e di Pietro Arduino, custode e poi direttore dell'Orto
botanico di Padova e dal 1765 primo professore di agricoltura in quella
università, compì numerose escursioni sui monti Baldo
e Summano e su altre colline del vicentino e veronese». «Il Turra
diresse l'orto botanico del vescovo Corner e di esso lasciò il
Catalogus plantarum horti Corneliani methodo sexuali dispositus anno
MDCCLXXI, atque ab Antonio Turra elaboratus. Dopo la morte dell'illustre
prelato ogni cosa cadde nell'incuria e nella rovina, tuttavia l'esperienza
servì al Turra per la compilazione del suo erbario che conteneva,
oltre alle piante indigene, molte esotiche e medicinali. Questa raccolta
giunse malconcia al Museo Civico verso la metà dell'Ottocento
dopo vari passaggi di proprietà, e qui rimase distrutta durante
gli ultimi bombardamenti della seconda guerra mondiale». «La scomparsa del vescovo, la perdita della sua biblioteca e l'abbandono del suo orto botanico lasciarono il segno. Se ne accorse di lì a qualche anno un viaggiatore d'eccezione, Wolfgang Goethe che, fissando gli appunti sul diario del 21 settembre 1786, scrisse»: «Quest'oggi ho fatto visita al dottor Turra. Per cinque anni egli si è dedicato con passione alla botanica; è riuscito a mettere insieme un erbario della flora italiana ed ha inoltre fondato sotto il vescovo passato un giardino botanico. Tutto questo però è andato perduto. La pratica della medicina ha preso il sopravvento sulla storia naturale: l'erbario è diventato preda dei tarli, il vescovo è morto e il giardino botanico è ritornato, come sempre accade, un orto di cavoli e di agli». «Goethe
fu piuttosto deluso dall'incontro con il botanico, che stimava: troppo
preso dalla medicina, a suo parere, il Turra aveva abbandonato sia l'erbario
della flora italiana sia il giardino botanico organizzato per il vescovo
Corner. Ma ad allontanare il Turra dalla ricerca non era stato tanto
la medicina quanto l'impegno di dirigere in casa propria - l'attuale
Casa Paroni in via Canove - la tipografia che stampava il "Giornale
Enciclopedico" della moglie Elisabetta Caminer e altre pubblicazioni
scientifiche». «Indipendentemente
dalle aspettative di Goethe, comunque, scrisse molto e fu un importante
punto di riferimento per gli studiosi. In buono stato presso la Civica
Biblioteca Bertoliana si trova il prezioso manoscritto Vegetabilia
Italiae indigena, methodo linneiano disposita, opera tenuta in grande
considerazione da tutti gli specialisti in materia, che comprende la
classificazione e descrizione di un cospicuo numero di piante. Ma forse
per mancanza di tempo o di mezzi restò incompiuta, arrivando
a definire fino a metà la diciannovesima delle ventiquattro classi
del sistema linneiano. Alla esposizione delle caratteristiche di ogni
specie seguono una scelta di sinonimi, la denominazione volgare, la
indicazione dei luoghi nativi ed egli usi medici, economici ed agricoli.
A questa che avrebbe dovuto essere l'opera somma, il Turra fece precedere
nel 1780 il Florae italicae prodromus, catalogo di circa 1700
specie italiane, classificate sempre secondo il metodo di Linneo, al
quale è aggiunto il supplemento Insecta vicentina». «Fu proprio
per la sua fama di insigne botanico che diventò socio onorario
di molte accademie scientifiche in Italia e all'estero: la Fisiografia
di Lunden in Svezia, la Fisica di Zurigo, i Curiosi della natura di
Berlino, la Botanica di Firenze, l'Agraria di Udine, gli Aspiranti di
Conegliano, etc. Entrò a far parte dell'Agraria di Vicenza fin
dalla sua costituzione, prima come censore, poi come segretario al posto
di Giovanni Arduino, chiamato nel 1771 a Venezia come Soprintendente
all'Agricoltura. Dopo i primi due anni l'incarico gli fu rinnovato in
perpetuo, ed egli lo ricoprì con zelo fino al 1797, anno della
sua morte, in cui anche l'Accademia cessò di esistere in seguito
al cambiamento politico». «Il Turra
era in un certo senso l'erede di Giulio Pontedera (1688-1757), illustre
botanico ed erudito vicentino, professore a Padova e prefetto dell'orto
botanico, classificatore della flora veneta secondo i principi del Tournefort,
studioso della morfologia del fiore e protagonista di una accesa, ma
fallace, polemica contro Linneo intesa a negare la sessualità
e la fecondazione delle piante». «A testimonianza del suo impegno rimangono diverse pubblicazioni ed alcuni scritti inediti, che si trovano fra i manoscritti della Società. Si ricordano fra le prime la memoria sulla coltivazione del lino, che ottenne l'accessit al concorso del 1782, quella sul piano agrario più vantaggioso per la provincia vicentina del 1771, ed il saggio De' modi di procurare la moltiplicazione de' bestiami del 1776, dove, parlando degli ostacoli allo sviluppo dell'agricoltura, dimostra consapevolezza e sensibilità verso i problemi sociali oltre che economici, quali la brevità delle affittanze e la miseria dei villici. Dotato di una mentalità scientifica, analitica e sistematica, può essere considerato un illuminista poco teorico, del tutto alieno da idee radicali e rivoluzionarie, ma altrettanto lontanissimo da una mentalità di astio e disprezzo nei confronti del contadino e da ogni idealizzazione agreste. Dal 1780 al 1795, ottenuto il permesso del Senato, intraprese fra l'altro l'attività di tipografo: nella sua abitazione in via Canove aprì una stamperia, da dove uscirono soprattutto opere di agricoltura. Si spense infine all'età di 61 anni il 4 settembre 1797». Tratto
e rielaborato da: Storia di Vicenza, editore Neri-Pozza |